Gianfry e Umberto: i nemici accomunati solo dal fattore «S»

In principio ad unirli, Bossi e Fini, fu la Bossi-Fini, cioè la legge che cambiava il trattamento per i clandestini e gli immigrati, passata alla storia con il cognome dei suoi due primi, nonché illustri firmatari, il leader di An, allora vicepresidente del Consiglio, e il Senatùr, al tempo ministro per le Riforme. Ma era il 2002. Preistoria.
Perché adesso ad unirli, Bossi e Fini (di cui certo non si può dire: c’eravamo tanto amati) è il libero turpiloquio. In altre parole, per dirla papale-papale: il «libero stronzo» in libero Stato.
In questa estate torrida dei voltagabbana e delle case, se non da principe almeno da Principato, svendute e abitate all’insaputa dei vari primi attori, anche la parolaccia, forse più popolare fra tutte le altre, quella che ci accompagna come il latte, dalla pubertà alla vecchiaia, ha trovato infatti il suo posto al sole. A ri-pronunciarla chiaramente, senza la minima esitazione, benché provocato dai giornalisti con la solita tiritera sulle alleanze, più o meno sante, e sulle elezioni più o meno da farsi e quando, è stato il gran capo del Carroccio. Che, l’altra sera alla festa leghista di Verdello, è sbottato contro l’ipotesi di orribili alchimie politiche per bollare, a suo modo, il leader dell’Udc: «Casini? È uno stronzo. Casini è come quelli che non potendo avere meriti e qualità insultano gli altri. Loro (intesi come Udc, ndr) sono ciò che resta dei democristiani, furfanti che tradivano il Nord». Altrettanto dura, ma non pertinente ai fini (minuscolo mi raccomando) della nostra tesi, la replica di Casini: «Che Bossi, noto trafficante in banche e quote latte, insulti l’Udc lo riteniamo molto utile per far capire agli italiani chi ostacola davvero i suoi progetti di occupazione del potere. Così dimostra quale errore è stato mettere il Paese in queste mani. I suoi alleati dovrebbero svegliarsi prima che sia troppo tardi».
A parte le complicanze politico-strategiche che potrebbero sortire da questo pesante scambio di accuse, tornando al fil rouge del nostro divertissement lessicale occorre dare a Cesare, o meglio a Gianfranco quel che è di Gianfranco. Fu lui infatti, già nelle vesti di presidente della Camera, a far debuttare ufficialmente nel dibattito politico il termine «stronzo». Fini sdoganò infatti in pubblico la parolaccia il 21 novembre del 2009, incontrando un gruppo di ragazzini immigrati di un centro di Torpignattara, a Roma. Memorabili le sue parole che, puntualmente, l’indomani, suscitarono un coro d’indignazione: «Sul tema della cittadinanza di parole ne ho dette tantissime, forse troppe. Sono qui per ascoltare voi perché la politica deve saper ascoltare anche quello che i cittadini hanno nel cuore. Voglio sapere da dove venite, se c’è qualcuno che vi fa pesare il fatto che i vostri genitori non sono italiani, se c’è qualche stronzo che vi dice qualche parola di troppo. Se qualcuno dice che siete diversi, disse, scandendola bene Fini, la parolaccia se la merita. Voi pensatela e io la dico».
E così anche lo «stronzo» (lo scriviamo anche noi per esteso e ce ne scusiamo con i lettori ma tant’è, il termine gode oramai della massima ufficialità) giunge oggi, almeno verbalmente, ad unire due ex amici. E, a voler esser precisi, se è vero che Fini ha sdoganato per primo il termine, dandogli una veste politicamente corretta è anche vero che Bossi ha tutto il diritto di usarlo, in quanto padano e lumbard dato che la parolaccia deriva dal longobardo strunz (sterco).
Senza contare che nientemeno che il Vate, Gabriele D’Annunzio, in uno dei suoi mille scritti avrebbe, come alcuni suoi biografi sostengono, testualmente così vergato: «Se gli stai antipatico, uno stronzo ti vuole morto, mentre una stronza ti vuole vivo ed infelice».
Certo la politica, siamo perfettamente d’accordo, una volta era un’altra cosa. Pensate a sessant'anni fa, al 1948, per esempio. Agli albori dell’Italia repubblicana, in piena campagna elettorale, Alcide De Gasperi diceva del leader comunista Palmiro Togliatti: «È un agnello dal piede caprino». E Togliatti, imbufalito, gli rispondeva per le rime accusandolo di essere «uomo di non troppo grande cultura». Insulti da legarseli al dito.