Il giornalista che sussurrava al Papa (anche un'enciclica)

Amico di Montanelli, ha percorso più chilometri di Wojtyla. "Dio mi volle prete per una supplica dei miei genitori nel giorno delle nozze: presto saranno beati"

Padre Piero Gheddo al Pime di Milano

«Pierino, che cosa farai da grande?». Fin dall'età di 6 anni aveva sempre risposto senza esitazioni: «Il prete!». Ma non sapeva nemmeno lui il perché. Solo dopo che ebbe finito di celebrare la prima messa nella chiesa del paese natale (Tronzano, provincia di Vercelli), il suo vecchio parroco, don Giovanni Ravetti, rivelò a padre Piero Gheddo l'origine della vocazione precoce: «Oggi il Signore ha esaudito la preghiera che tuo papà e tua mamma fecero il giorno delle nozze, affinché concedesse loro la grazia di avere molti figli, di cui almeno uno sacerdote». Sono trascorsi 85 anni da quella supplica e l'altrieri ne ricorrevano 60 da quando don Pierino è diventato quello che è.
Durò poco il matrimonio dei suoi genitori, Rosetta e Giovanni: appena sei anni. Il tempo di far nascere Piero nel 1929, Francesco nel 1930 e Mario nel 1931, tutti e tre ancora viventi, e di piangere due aborti spontanei e una gravidanza gemellare finita male. La madre, maestra elementare, fiaccata da una polmonite, morì nel 1934, a soli 31 anni, dando alla luce due neonati prematuri: «Avevano 5 mesi, oggi li avrebbero salvati con l'incubatrice», si rattrista il primogenito. Il padre, capitano della Divisione Cosseria, rimase disperso sul Don nel 1942. L'alto comando dell'Armir gli aveva impartito l'ordine di ritirarsi, lasciando il sottufficiale più giovane a presidiare l'ospedale da campo di Krasnj con 35 moribondi intrasportabili. Invece Gheddo disse al sottotenente Mino Pretti, che poi sarebbe diventato sindaco di Vercelli: «Va', salvati, hai appena 21 anni. Con i feriti resto qua io che ne ho 42. La mia vita l'ho fatta». Fu lo stesso scampato a riferire l'eroica frase ai familiari. Padre Gheddo, all'epoca tredicenne, ha un preciso ricordo di quella tragedia: «Per anni mia zia Adelaide, che ci faceva da mamma ed era una sensitiva, cercò invano col pendolino sulla carta geografica della Russia la tomba di papà». Oggi gli resta solo il conforto di un processo canonico in corso dal 2006 per la beatificazione dei genitori. C'è già stato un miracolo per intercessione dei due servi di Dio: l'inspiegabile guarigione di un'ulcera profonda fino all'osso nella gamba di Lucilla Ambrogi, insegnante romana in pensione, che in una sola notte aveva perso tre litri di sangue. La piaga si chiuse senza lasciare cicatrici.
Padre Gheddo è un prete giornalista del Pontificio istituto missioni estere. Nella sua vita ha percorso più chilometri di quelli totalizzati dal globe-trotter Giovanni Paolo II nei suoi 104 viaggi apostolici. Ha soggiornato a lungo in almeno un centinaio di Paesi, oltre a tutta l'Europa, ritornando da ognuno di essi con avvincenti reportage. Troppa strada: le estremità ne hanno risentito. Si scusa di ricevermi in ciabatte nella sede del Pime di Milano, in via Monte Rosa, dove entrò nel 1945: «Vidi costruire la Montagnetta con le macerie delle case bombardate». Anche la sua angelica segretaria, suor Franca Nava, 92 anni, otto più di lui, originaria di Vimodrone, è stata una giramondo. A lungo infermiera in India e nel Bangladesh, approfittava del mese di ferie che padre Gheddo le concedeva per recarsi ad aiutare le consorelle in Cambogia o in Eritrea. «Me la assegnarono 40 anni fa. Lei era recalcitrante, perché non sapeva neppure scrivere a macchina. Allora i suoi superiori le dicevano: “Va' in chiesa a pregare, così ti passa”. Ed eccola ancora qua».
Le resistenze della reverenda madre appaiono comprensibili: difficile andare d'accordo con padre Gheddo se non si ha confidenza con la dattilografia. «Eh, caro mio, il giornalismo t'insegna la concretezza, l'approccio con la gente. Ringrazio il Signore per avermi donato questa seconda vocazione». Ha pubblicato più libri di Enzo Biagi: 96. Il prossimo, Missione senza se e senza ma, con prefazione di Sandro Magister, vaticanista dell'Espresso, sta per uscire per i tipi della Emi, l'Editrice missionaria italiana da lui stesso creata nel 1955. Laureato in teologia all'Urbaniana di Roma con una tesi sul Vietnam, dove soggiornò per quattro lunghi periodi durante la guerra, iscritto all'albo dei giornalisti professionisti, Gheddo ha fondato l'agenzia Asia news e ha diretto per anni Mondo e Missione. Ha collaborato con Avvenire, L'Osservatore Romano, Gente, Epoca, Famiglia Cristiana. Indro Montanelli ne fece una delle firme del Giornale e lo portò con sé anche alla Voce. «Con Edilio Rusconi e Giorgio Torelli, Indro è stato il collega dal quale ho imparato di più. Quando andavo a trovarlo, si faceva prestare il mio breviario, lo sfogliava e mi tempestava di domande: “Ma Dio c'è o non c'è? Se c'è, quando lo incontrerò Gli chiederò: perché non mi hai dato la fede?”. Io gli rispondevo: la fede non è un portafoglio che si trova per strada, va conquistata con i dieci comandamenti e la preghiera. E lui: “Ma come faccio a pregare Colui che non conosco?”. Ah, il mistero delle anime... Qualcuno mi rimprovera perché non ho insistito di più, fino a convertirlo. Io credo che non ne avesse bisogno: la fede ce l'aveva, solo che si vergognava a mostrarla in pubblico, era frenato dal timore di deludere i suoi lettori laicisti. Mi confessò: “Sai, quando vedo una chiesa aperta, entro sempre, mi siedo e medito”. Cercava quello che aveva già trovato, come scrive Blaise Pascal».

Che cosa ricorda del giorno della sua ordinazione sacerdotale?
«Che eravamo in 120 preti novelli a riceverla dalle mani del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster. Tre settimane fa le ordinazioni qui a Milano sono state 19. E stiamo parlando della diocesi più grande del mondo per numero di battezzati, pensa un po' te».

La sua vocazione ha mai vacillato?
«Mai, mai. Era Dio che mi chiamava, per far contenti i miei genitori, capisci? Ti posso assicurare che non ho avuto nessun altro desiderio nella vita. Neanche il celibato è mai stato un problema, pur sentendomi attratto dalla donna persino adesso. Fin da bambino mi ero allenato alla castità: tu diventerai prete. Ero premunito dalle tentazioni. Come l'imprenditore Marcello Candia, al quale ho dedicato una biografia di 328 pagine, Marcello dei lebbrosi: avrebbe potuto sposarsi mille volte, ma si mantenne celibe perché sapeva che avrebbe venduto tutto per andare a Macapà a costruire il più grande ospedale dell'Amazzonia».

Che cosa le impediva di fermarsi qualche anno all'estero a fare il missionario come i suoi confratelli?
«Avrei tanto desiderato partire anch'io per l'India. Ma i superiori mi costrinsero a occuparmi della stampa».

Qual è il Paese più povero che ha visitato?
«Il Burkina Faso durante la carestia del 1985. A Nanorò vidi una nonna arrivare alla missione recando fra le braccia un neonato, da tre giorni privo di latte perché la madre era morta. Una flebo non valse a salvarlo. Quella notte pensai: Padre nostro che sei nei cieli... Ma Tu sei papà anche di quel bambino! Perché a me hai dato tutto e a lui niente?».

Ha avuto risposta?
«Sì. L'uguaglianza degli uomini non sarà mai possibile. Ma la soluzione è scritta nel Vangelo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Ero io, era lei, eravamo noi che dovevamo provvedere ai bisogni di quel bambino. La Chiesa continua a predicarlo, ma chi l'ascolta? Ci verrà chiesto conto, un giorno, di tutto questo».

Papa Francesco sogna «una Chiesa povera e per i poveri». Lei in passato dichiarò: «Dire che la Chiesa dovrebbe stare dalla parte dei poveri mi sembra ridicolo e anche un po' assurdo». Il nuovo Pontefice dice cose ridicole e un po' assurde?
«La Chiesa è di tutti e sta con tutti. È certamente con i poveri, ma è un errore della teologia della liberazione propugnare che debba escludere i ricchi».

Ettore Gotti Tedeschi mi ha detto che lei vuole aiutare i ricchi a santificarsi portandogli via un sacco di soldi.
«Corrisponde al mio pensiero, anche se non l'ho mai scritto. Non è facile tradurre il concetto nella pratica. Guardi 'sto ufficio che mi hanno dato: è grande come la sala d'aspetto di una stazione, per la miseria, ha pure il bagno. Ci starebbe comoda una famiglia. Eppure io credo di vivere poveramente. Non ho la pensione, mi passano 250 euro al mese per viaggi, libri, giornali».

Ma se vede un povero che chiede l'elemosina al semaforo, che fa?
«Gliela do, senza dubbio».

Perché viene considerato di destra?
«Perché sono anticomunista».

Però nel 1963 fondò Mani tese, che è un movimento di sinistra.
«Lo è diventato quando ci sono entrati i sessantottini. Il Pime lo ha ripudiato. Noi pregavamo».

Anche lei prese posizione contro la guerra in Vietnam.
«Certo, ci ho scritto cinque libri, era un conflitto assurdo. Chi riesce a combattere una forza che non vede? Come in Afghanistan, stessa cosa. Puoi eliminare Adolf Hitler e con lui il nazismo, ma il comunismo è diverso dal nazionalismo razzista, è una dottrina percepita come umanizzante, che si basa sull'espiazione, sull'uguaglianza, sulla giustizia. Provoca anche questa milioni di morti, e te lo dice uno che per primo svelò il genocidio perpetrato dai khmer rossi di Pol Pot in Cambogia. Essa non produce né parità né progresso. Però sopravvive come ideologia perché si fonda su valori facilmente strumentalizzabili».

La Cina comunista è progredita.
«Sì, schiacciando il popolo. I cantieri pullulano di schiavi costretti a lavorare 24 ore su 24. Se uno cade dall'impalcatura, lo buttano via e ne mettono un altro. In Cina non c'è rispetto per la persona».

Cinquant'anni fa seguì il Concilio Vaticano II come giornalista dell'Osservatore Romano. Quell'assise fu davvero la iattura che il vescovo scismatico Marcel Lefebvre disapprovava?
«No, è stata una rivoluzione positiva. Negative sono state le distorsioni che ha prodotto. Ma se non c'era il Vaticano II, la Chiesa te la saluto, bloccata com'era dal formalismo e dal perbenismo. Quindi sia resa lode a Giovanni XXIII. Quando regalò al Pime la casa natale di Sotto il Monte e i soldi per costruirci accanto un seminario, fui io a portargli la prima pietra perché la benedicesse. Due giorni di viaggio in Topolino, a 70 all'ora».

Ha conosciuto altri pontefici?
«Da Pio XII in poi, tutti, a eccezione di Papa Luciani. Giovanni Paolo II mi leggeva su Avvenire e su Mondo e missione. Nel 1990 m'invitò a pranzo e mi chiese di scrivergli il testo dell'enciclica Redemptoris missio, che comportò tre stesure. Ogni volta mi arrivavano dal Vaticano i capitoli con le glosse scritte di suo pugno: “Bravo! Qui è detto bene”. Ma che battaglie con la segreteria di Stato».

Perché?
«Nel testo approvato c'erano sempre correzioni aggiuntive. Allora io protestavo: perché mi avete tagliato questa frase, che era così bella? “Non è un linguaggio da Sua Santità”. Ma l'avete deciso voi o il Papa? “Lei non si preoccupi. Obbedisca e basta”. Io obbedivo, ma ero sicuro che l'enciclica l'avevano modificata loro».

Che cosa pensa di Gino Strada?
«Sarà anche un brav'uomo, ma le sue posizioni non mi convincono».

E di padre Alex Zanotelli?
«Non lo dico. È un confratello».

Giovanni Sartori le ha dato del pasdaran dello sviluppo demografico, quello che ci porterà - teorizza il politologo - alla catastrofe ecologica.
«Non si fanno più bambini. Che pazzia! Il Giappone è grande poco più dell'Italia, assai meno pianeggiante, eppure ha il doppio della nostra popolazione ed è ricchissimo. In Sudan ed Etiopia si contano 115 milioni di abitanti che muoiono di fame, in India sono 1,2 miliardi e la percentuale di coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà è diminuita del 60% in 30 anni. Illuminismo, rivoluzione francese, marxismo, nazismo hanno allontanato l'Europa dalla coscienza religiosa. L'ideologia neomalthusiana, il radicalismo, l'ateismo l'hanno condannata al nichilismo. La cultura dominante pensa più alla morte che non alla vita. In India, dove c'è ancora una spiritualità molto profonda, i quotidiani ospitano ogni giorno in prima pagina un articolo sui temi religiosi. Provaci in Italia, se sei capace».

L'islam sottometterà l'Europa?
«La Gran Bretagna ha già accettato 85 tribunali musulmani che giudicano in base alla sharia. La Germania si accinge a fare lo stesso. Mi dicono che a Mazara del Vallo ci sono due quartieri tunisini dove la giurisdizione viene esercitata dai capi maomettani locali. Infòrmati».

Ma il Dio dei cristiani è l'Allah degli islamici?
«Nooo! Dio è unico per conto suo, questo è sicuro. Ma è ben difficile che si sia rivelato in due modi diversi».

(655. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it