La giornata alle Camere

RomaDentro litigano, si spingono, vola pure qualche schiaffo. Fuori, tra piazza del Popolo e Montecitorio, va ancora peggio: black bloc scatenati, auto in fiamme, cariche della polizia, un centinaio di feriti. In mezzo, un centro storico svuotato, quasi irreale, felliniano con quel gigantesco tapiro d’oro parcheggiato in via della Stelletta e quel finto Maroni di Striscia la notizia che intervista turisti tedeschi.
É qui la festa? Grida, applausi, coretti, si accende anche una mezza rissa mentre sfilano i deputati per la seconda chiama. Ecco i tre pancioni per l’opposizione, i tre «responsabili» e un «libdem» per il governo, i quattro liberali contro, l’ex dipiestistra a favore, i due altoatesini astenuti. Ma la svolta decisiva arriva quando tre finiani, Catia Polidori, Giampiero Catone e Maria Grazia Siliquini, deragliano dalla linea futurista e votano la fiducia e un quarto, Silvano Moffa, non partecipa. Il conto è presto fatto: finisce 314 a 311 per la maggioranza, il Cav può andare avanti, il governo tecnico è sepolto.
Finisce anche a botte. La rissa si scatena dopo la scelta della Polidori. Si sentono i battimani del Pdl, si sente anche un «troia» gridato dai banchi Fli. Si vedono il futurista Antonio Buonfiglio e il leghista Gianni Fava che vengono alle mani. Scoppia un parapiglia, sedato a fatica dai commessi e da Fini che è costretto a sospendere la fiducia. La Polidori presenta una denuncia alla polizia, Giorgio Conte nega di averla offesa, Luca Barbareschi sostiene che ha ceduto perché «hanno fatto pressioni sulle sue aziende».
Clima acceso anche prima del voto. Le parole durissime di Antonio Di Pietro, il presidente del Consiglio e l’intero gruppo del Pdl che abbandonano l’aula, Pier Ferdinando Casini, freudianamente forse già investito del suo nuovo ruolo, che li convince a rientrare, i leghisti che cantano Va pensiero. Dopo il risultato sfottò, applausi, pernacchie e il pallottoliere agitato da Massimo Corsaro.
La solita corrida. Ma c’è spazio pure per qualche momento di fair play. Giulio Tremonti che va a stringere la mano a Pier Luigi Bersani subito dopo il voto del segretario Pd. Gli apprezzamenti bipartisan per il «sacrificio» delle tre quasi mamme: le due di Fli, Giulia Bongiorno, che è addirittura in carrozzella, e Giulia Cosenza, e la piddina Federica Mogherini, che arriva in ambulanza e si guadagna i complimenti di Ignazio La Russa. E il «batti cinque» che Umberto Bossi propone a Gianfranco Fini al termini del conteggio: una presa in giro, ma dopo un secondo di incertezza il presidente della Camera accetta lo scambio palmare.
E mentre le tre pidielline Calabria, Giammanco e Rossi sventolano dei foulard tricolori, si apre la caccia ai voti decisivi. A fare la differenza, oltre alle defezioni dal fronte finiano, è il neonato ed eterogeneo Movimento di responsabilità nazionale, formato dai due ex Pd e ex Api Massimo Calearo e Bruno Cesario e da Domenico Scilipoti, una settimana fa ancora nell’Idv. Ed è proprio l’ex dipietrista la star della giornata: eccolo lì, sorridente e gaudente al centro dell’emiciclo, sovrastato, abbracciato e strofinato dalle più procaci tra le deputate del centrodestra. Lui arriva ad altezza seno, loro lo trattano come un orsetto. Stessa scelta e minor entusiasmo femminile per Antonio Razzi, mentre il sì alla sfiducia di Paolo Guzzanti e dei libdem Daniela Merlchiorre e Italo Tanoni passa nell’indifferenza.
Tutto liscio invece al Senato, dove finisce 164 a 135: e la maggioranza, che partiva da quota 160, guadagna quattro voti.