Il giudice può smascherarti su Facebook

Gup lombardo indaga su un pedofilo che adescava ragazzine. E l'azienda "apre" i propri server in California

Albano Laziale, 2008: ladro entra trova il computer acceso in un appartamento e ne approfitta per controllare Facebook, lascia «tracce digitali» e viene catturato. Rho, 2009: operaio di 20 anni abborda una ragazza russa e poi la violenta. La giovane lo riconosce su Facebook : in manette. Ma il caso più clamoroso è quello di un siciliano di 65 anni, fuggito all'estero perché accusato di essere cassiere di una cosca. Dopo anni di latitanza e una carriera da businessman in Sudafrica, vienearrestato durante un viaggio in Thailandia grazie alle foto «postate» su Facebook.
Sono solo alcuni esempi, non casi straordinari che provano una natura parallela e poco nota di Facebook: è diventata una straordinaria macchina incastra-criminali. Per il semplice motivo che nemmeno un boss navigato e in grado di beffare l'antimafia resiste alla tentazione di «condividere», la parola magica del secolo, la vera chiave del successo del social network più affollato del mondo: a fine 2012 il patron Zuckerberg ha annunciato di aver tagliato il traguardo del miliardi di utenti.

Un mondo in cui c'è di tutto e in cui l'esibizionismo verbale, grafico e fotografico la fa da padrone. Ieri dal tribunale di Milano è emerso però un caso che va oltre, perché Facebook ha consegnato al tribunale italiano i tabulati con le conversazioni di un allenatore di pallavolo 50enne che aveva adescato almeno tre giovanissime, sotto i 14 anni, e le aveva spinte a spogliarsi davanti a una webcam. Parlare in chat, ovviamente, fa sentire più al riparo dagli occhi della legge, rispetto a pubblicare in bacheca foto e pensieri in libertà come fanno molti. Ma la magistratura milanese, di fronte alla gravità del reato, pedofilia, ha insistito arrivando fino ai server di Facebook in California: il gup milanese Andrea Salemme, insoddisfatto delle prove depositate dalla procura, ha voluto approfondire ed è riuscito a far accogliere una rogatoria dall'America. Così è arrivato ai server dell'azienda di Palo Alto, che ha fornito i tabulati della chat attraverso l'Fbi. Lo scorso 20 marzo, l'insistenza del magistrato è costata all'allenatore con tendenze pedofile una condanna a 11 anni e 4 mesi di carcere. Non gli è servito a nulla nemmeno dichiarare in aula la propria volontà di sottoporsi a castrazione chimica, pratica non prevista dalla legge italiana.

«È un precedente importante -commenta l'avvocato Valentina Frediani, esperta di privacy e internet- evidentemente, per reati di particolare valenza come la pedopornografia e il terrorismo, la collaborazione internazionale va migliorando, anche se va tenuto presente che se i server fossero stati in Cina o in India non sarebbe stato altrettanto facile». Per l'imputato è stato del tutto inutile anche essersi servito di un profilo falso, si faceva chiamare «Simoroller», ma il suo vero nome è Gianluca. «Anzi, Facebook in casi simili ha un motivo in più per agire -spiega l'avvocato- quando ci si iscrive si firma un contratto in cui si assicura che i dati forniti sono autentici. È così che l'azienda si tutela da usi illegali». Di recente, il procuratore di Bari Antonio Laudati ha citato Facebook come nuovo strumento principe per le indagini: «Meglio delle intercettazioni. E ora, con la geolocalizzazione, sappiamo anche dove andarli a prendere i criminali». E pazienza per la privacy, tutti contenti così. Salvo errori giudiziari, ovviamente.