La giungla degli esborsi per giunte e assembleei conti

RomaOgni appuntamento elettorale è un guadagno. Centinaia di migliaia, milioni di euro. Sono in fondi che avanzano, la differenza tra i rimborsi versati dallo Stato ai partiti e i soldi che le forze politiche spendono. La voce rimborsi si trasforma in foraggiamento. È lo «stipendio» che il Paese versa alla politica.
Un esempio: per le Regionali del 2010 lo Stato ha elargito ai partiti 74 milioni 225mila euro. La spesa per la campagna elettorale è stata però di 62 milioni 926mila euro. Ci sono undici milioni 299mila euro non utilizzati, che ogni partito, chi più chi meno, ha tenuto per sé, ciascuno per la sua parte, solo in questa occasione di voto. Per non parlare delle Politiche del 2008. Fondi erogati dallo Stato: 372 milioni 885mila. Soldi spesi: 110 milioni 127mila. Con le elezioni del 2008 i partiti hanno portato a casa la bellezza di 262 milioni 757mila euro.
Il dettaglio di rimborsi e uscite del voto regionale di due anni fa è contenuto nell'ultima relazione della Corte dei Conti sulle spese elettorali. Da questa tabella risulta la classifica dei partiti che hanno fatto più cassa con le elezioni, spendendo molto meno di quello che hanno «guadagnato» dallo Stato. Al primo posto c'è il Pd. Alla formazione guidata da Bersani sono stati attribuiti nel 2010 20 milioni 337mila euro, ma le uscite sono state pari a 14 milioni 216mila. Oltre sei milioni di euro sono rimasti al partito. Anche la Lega Nord ha speso molto meno di quello che ha ricevuto per le Regionali, con un avanzo di 4 milioni 936mila euro. Stesso discorso per l'Italia dei Valori di Di Pietro. Quasi 5 milioni e mezzo di fondi attribuiti dallo Stato, ma la spesa si è fermata sotto i quattro milioni. Ecco un altro gruzzoletto accumulato di un milione 583mila euro.
Non sfugge alla logica il Sel di Nichi Vendola, con 981mila 814 euro di differenza tra soldi attribuiti e spese sostenute. In quella tornata di voto, invece, non si è avvantaggiato molto il Pdl, che ha speso praticamente quanto ha ricevuto dallo Stato, con un piccolo avanzo di 34mila 816 euro.
Questi sono i fondi versati dall'alto per l'appuntamento delle urne. Ma c'è poi un'altra spesa indiretta dello Stato per la politica regionale. È il costo del funzionamento dei gruppi consiliari, dalle elezioni in poi. Nel 2011 l'impegno economico per i gruppi e per i consigli regionali è stato di 70 milioni di euro. La Regione più generosa con la sua politica è la Sicilia, dove ai gruppi vanno 12, 6 milioni di euro. Qui si contano il maggior numero di consiglieri (novanta) e lo stipendio medio è ai vertici nazionali: 10.055 euro. Seguono la Lombardia, con undici milioni di euro, e il Lazio, con 8,9 milioni.
Questo tesoretto destinato alla politica non aiuta a ridurre le spese delle Regioni, che secondo uno studio della Cgia (l'associazione artigiani delle piccole imprese) di Mestre si sono gonfiate negli ultimi dieci anni di quasi 89 miliardi di euro, raddoppiando e addirittura triplicando il tasso d'inflazione: il costo della vita dal 2000 al 2010 è aumentato del 23,9%, mentre le uscite regionali sono salite del 74,6%. Nel 2010 le Regioni hanno speso 208, 4 miliardi di euro. La spesa sanitaria è aumentata nel decennio di 49 miliardi. Un'impennata giustificata in larga parte dall'approvazione, nel 2001, «del titolo quinto della Costituzione - chiarisce il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi (foto) - che ha dato all'Italia un assetto istituzionale decentrato». Alle Regioni sono state assegnate competenze prima gestite dallo Stato. Ma anche da questa indagine risulta che nei governi territoriali «perdurano sprechi, sperperi e inefficenze che vanno assolutamente eliminati».