GIUSTIZIA E POLITICA

MilanoIl bianco e il nero. Uno dice: «Il caso è chiuso, è stato tutto regolare». L’altra risponde: «La legalità è stata calpestata». Un abisso. Due versioni inconciliabili. Spiegazioni opposte della stessa storia. Che poi è quella di Karima El Mahroug, alias Ruby Rubacuori, e della sua notte in questura. Dove arrivò il 27 maggio scorso con una denuncia di furto sul groppone, e da dove uscì qualche ora più tardi, affidata al consigliere regionale del Pdl Nicole Minetti. Nel mezzo, la telefonata del presidente del Consiglio al capo di gabinetto Pietro Ostuni. Ed è una storia attorno a cui, ora, si sta consumando una guerra tra magistrati, con il Viminale come sponda. Perché a «chiudere il caso» sono stati il procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati e il ministro dell’Interno Roberto Maroni. A riaprirlo, invece, è il pm dei minori Anna Maria Fiorillo: «Si deve sapere che io non ho mai dato alcuna autorizzazione all’affido della minorenne».
Fiorillo si rivolge al Csm, e in una lettera chiede che «la discrepanza con i dati di realtà che sono a mia conoscenza venga chiarita», perché «le parole del ministro Maroni, che sembrano in accordo con quelle del procuratore Bruti Liberati, non corrispondono a quella che è la mia diretta e personale conoscenza del caso». Cosa ha detto Maroni due giorni fa in Senato? Che «non si evidenzia alcuna modalità che possa richiamare frettolosità o superficialità, avendo gli uffici della questura di Milano rispettato tutte le procedure previste dalla legge, dai regolamenti e dalla costante prassi». E cosa aveva detto, pochi giorni prima, Bruti Liberati? Che «le procedure di fotosegnalazione, identificazione e affidamento sono state correttamente completate. Non sono previsti ulteriori accertamenti sul punto». Punto e a capo. Basta? Non basta. Perché il procuratore si trova costretto a ripetersi per frenare la foga della collega.
Fiorillo, per attaccare Maroni, finisce infatti per aprire un durissimo fronte polemico tra magistrati. «Penso che sia importante soprattutto il rispetto delle istituzioni e della legalità, cosa a cui ho dedicato la mia vita e cosa in cui credo profondamente». E «proprio per questo rispetto della legalità e della giustizia - conclude il magistrato minorile -, quando le vedo calpestate parlo, perché altrimenti non potrei più guardarmi allo specchio come un essere umano». La lettera del pm Fiorillo è arrivata al Csm, e sarà esaminata già oggi dal comitato di presidenza, del quale oltre al vicepresidente Michele Vietti fanno parte i vertici della Cassazione. Sarà proprio il comitato di presidenza a decidere se ci sono gli estremi per aprire il caso e, in questo caso, a quale Commissione va assegnato. Bruti, però, non aspetta. Replica immediatamente. E con tutta evidenza è seccato. «Non ho nulla da aggiungere a quanto già detto nei giorni scorsi. Per me la vicenda era già chiusa allora». Ancora una volta, dunque, il capo della procura lascia intendere che - in base alla relazione ricevuta dal procuratore della Repubblica dei minori Monica Frediani e dagli ispettori di polizia che quella notte si occuparono di Ruby - non ha nulla da eccepire sulle pratiche per il rilascio della giovane marocchina. Resta aperto, per i pm, il problema di quello che c’è a monte dell’intera inchiesta, ovvero un giro di squillo d’alto bordo per il quale sono finiti nel mirino degli investigatori - oltre alla stessa Minetti - anche Lele Mora ed Emilio Fede.
Ma intanto, lo strano asse Bruti-Maroni si salda ancora quando il ministro ripete che «il caso è chiuso, la mia posizione è la stessa del procuratore di Milano». È l’inattesa corrispondenza tra l’esponente leghista e l’ex presidente di Magistratura democratica, ora impegnato a predicare quasi quotidianamente il verbo della prudenza. Il frontman tira il freno. Dietro di lui, però, altri magistrati premono sull’acceleratore.