Gotti Tedeschi nel mirino dei pm: perquisito anche se non indagato

Simone Di Meo

Nella galleria di personaggi (faccendieri, spioni, mafiosi a 24 carati) che popolano le inchieste napoletane su Finmeccanica da oggi c’è anche un ex «banchiere di Dio». La casa e gli uffici di Ettore Gotti Tedeschi sono stati perquisiti dalla procura partenopea alla ricerca delle carte sull’affaire degli elicotteri venduti da Agusta Westland in India, quando l’attuale presidente della holding di Stato Giuseppe Orsi (indagato per corruzione e riciclaggio) era sulla poltrona di amministratore delegato della società aeronautica. Carte scottanti che Orsi avrebbe consegnato all’amico banchiere temendo di finire perquisito. Per questo i carabinieri hanno puntato dritti all’ex uomo forte dello Ior.
Un filone – aperto dalle dichiarazioni dell’ex manager della holding della Difesa, Lorenzo Borgogni, che ha però riferito di aver appreso queste voci in azienda da terze persone – che ha portato i pm napoletani a ipotizzare il pagamento di una tangente di circa 10 milioni di euro ad alcuni partiti – tra cui la Lega – e ad alcuni esponenti di Comunione e liberazione. Una «stecca» che Orsi avrebbe assicurato ai suoi sponsor per ottenere, così, il nullaosta alla propria nomina al vertice della multinazionale come successore di Pierfrancesco Guarguaglini. Gotti Tedeschi non è indagato ed è stato ascoltato dai magistrati come testimone. La Procura di Napoli, intanto, è ancora al lavoro sui documenti sequestrati al consulente d’azienda italiano, ma residente in Svizzera, Guido Haschke, la cui fiduciaria «Gadit» è stata anch’essa perquisita nelle scorse settimane dai militari del Noe. Personaggio centrale dell’inchiesta, Haschke, perché sulla sua parcella per l’intermediazione con l’India sarebbe stata accreditata parte dei soldi poi usati per pagare la «bustarella» a Lega e Cl. Orsi, in pratica, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe usato le fatture di Haschke e di Christian Michel, altro intermediario, come fondo di accumulo per creare il «tesoretto» da distribuire ai politici in cambio della loro sponsorizzazione per la scalata alla multinazionale di piazza Monte Grappa. Ma mentre il primo intermediario è stato rintracciato e interrogato, il secondo invece resta avvolto nel mistero. Gli investigatori sospettano infatti che Michel sia in realtà un nome di copertura per impedire l’identificazione del vero collettore della maxi-tangente. I rapporti tra i conterranei e amici Gotti Tedeschi e Orsi sarebbero comunque maturati fuori dalle mura leonine e nelle carte dell’inchiesta partenopea non c’è alcun cenno al precedente incarico del banchiere al vertice dello Ior (dal quale è stato «licenziato» per «scarsa trasparenza» appena una decina di giorni fa), anche se riferimenti – seppur indiretti - tra Vaticano e Finmeccanica erano emersi nell’inchiesta sulla Lega, condotta dagli stessi pubblici ministeri napoletani.
Nei documenti del procedimento che ha rottamato il «cerchio magico» bossiano, emerge infatti che l’ex tesoriere padano, Francesco Belsito, era in trattativa con la Selex, società controllata da Finmeccanica, mentre il suo socio in affari, come lui indagato per riciclaggio, l’imprenditore Stefano Bonet, aveva ottenuto alcune commesse proprio dallo Stato pontificio. Ancor prima, invece, nelle torrenziali intercettazioni telefoniche pescaresi dell’onnipresente Valter Lavitola, l’ex editore e direttore dell’Avanti, anche lui sott’inchiesta a Napoli per corruzione internazionale in relazione ad alcuni appalti sospetti a Panama, si era vantato al cellulare con il questore della Camera Francesco Colucci di essere stato contattato, la sera prima, nientemeno che da Tarcisio Bertone, il segretario di Stato vaticano. «Ieri sera ho parlato con Bertone...Mi ha chiamato appositamente lui per dirmi questo: io parlerò con il presidente e con Letta per questa cosa...». In Vaticano, però, bollarono la presunta telefonata tra Lavitola e Bertone come una autentica «assurdità».