Il governo ha paura del Mattarellum

Roma Quando, a sorpresa, Matteo Renzi spunta alla conferenza stampa di Roberto Giachetti, e si siede silenzioso in platea, il segnale è chiaro: per il neo segretario del Pd la legge elettorale è la madre di tutte battaglie. E non è casuale se, proprio ieri, Silvio Berlusconi ha provato a sparigliare i giochi e ad entrare in campo come interlocutore del leader del centrosinistra, mettendo sul piatto la sua opzione: «Ora si deve trovare un accordo per una nuova legge elettorale», ha sottolineato. «Noi pensiamo che questo accordo non si possa trovare se non con l'abrogazione in un colpo solo di questa legge ritornando alla legge di prima e cioè il Mattarellum. Per farlo speriamo che occorrano pochi mesi».
Secondo il renziano Giachetti, se ci fosse una maggioranza sul Mattarellum «basterebbe una settimana a vararlo», salvo poi il tempo («un paio di mesi» secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti) per ridisegnare la mappa dei collegi. Il vicepresidente della Camera, che non si aspettava neppure lui ieri il blitz di Renzi, annuncia la sospensione del suo sciopero della fame lungo due mesi, ora che la riforma del Porcellum è stata strappata alle secche di Palazzo Madama e portata a Montecitorio, e indica una tempistica martellante per portarla al traguardo: «In teoria abbiamo un mese di tempo. In pratica, visto che ci son le vacanze di Natale di mezzo, entro la fine di gennaio la Camera deve licenziarla». Il leader Pd tace («Oggi è il giorno di Giachetti, parla solo lui»), ma è chiaro che condivide. E che oggi, dal podio dell'Assemblea nazionale del Pd che a Milano lo incoronerà formalmente segretario, rilancerà con decisione.
Il nervosismo che pervade la maggioranza di governo dimostra che i prossimi tornanti possono diventare assai impervi per il governo. Sia Casini che gli alfaniani vedono in Renzi un pericolo mortale. Il leader Udc lo accusa di voler aprire «sei mesi di campagna elettorale fatta di trabocchetti reciproci». Il sospetto è che ora che la legge elettorale non è più bloccata al Senato, si riapra la strada per il voto anticipato. Un sospetto che ha anche Enrico Letta, che oggi lascerà Palazzo Chigi per presenziare all'investitura di Renzi. Una cortesia diplomatica che contrasta con la sorda lotta che, dietro i sorrisi di circostanza, i due hanno già ingaggiato e nella quale il premier si è aggiudicato venerdì il colpo a sorpresa dell'abolizione per decreto del finanziamento pubblico ai partiti, bagnando le polveri di uno dei fuochi d'artificio che Renzi si preparava a far esplodere oggi da Milano. I renziani hanno incassato il tiro mancino, ma si preparano a vender cara la pelle pure su quel fronte. Anche perché, sottolineano con qualche malizia, quello annunciato dal governo è un decreto immediatamente esecutivo, sì, ma che entro due mesi deve passare al vaglio del Parlamento, pena la decadenza. E i margini per «migliorarlo» sono molto ampi, sottolineano, visto che il testo «prevede l'entrata a regime del nuovo sistema solo nel 2017, e nei prossimi tre anni lo Stato continuerà a devolvere ai partiti tra i 90 e i 70 milioni di euro l'anno». In Parlamento, insomma, le truppe del Rottamatore si preparano ad alzare l'asticella e presentare emendamenti al testo del governo, per renderlo «più stringente», come dice Giachetti, e la maggioranza rischia di fibrillare assai pure su questo fronte, viste le forti resistenze, anche interne al Pd, contro il passaggio al nuovo sistema.
Oggi l'Assemblea del Pd è chiamata non solo ad acclamare Renzi, ma anche a votare la Direzione (e dai suoi equilibri interni si capirà quanto Renzi riuscirà a rendersi autonomo dai vecchi potentati interni, anche alleati) e documenti di indirizzo sul lavoro, Europa e riforme che detteranno la nuova linea verso il governo. E forse anche la sua data di scadenza.

Commenti
Ritratto di 02121940

02121940

Dom, 15/12/2013 - 13:10

Si ricomincia da capo? Si faccia una legge seria a doppio turno, in stile francese. Dopo la porcheria ultima vogliamo tornare alla porcheria precedente?