La grillina dissidente resiste ma vince il sì all'espulsione

Roma Il processo per lesa maestà alla fine si svolge a porte chiuse. La casa di vetro dei Cinque stelle si frantuma sotto il piombo di una lacerazione totale: da una parte i senatori, quasi compatti, dall'altra i deputati. Lei, il capro espiatorio, l'accusata, la ribelle rea di aver criticato Beppe Grillo, Adele Gambaro, è destinata ad andare al giudizio del tribunale del popolo, la Rete di Internet. A chiederlo nell'assemblea congiunta è l'ex capogruppo del Senato, Vito Crimi. L'assemblea conferma questa linea con 72 sì, 42 no e 9 astenuti. Saranno i sostenitori a decidere l'espulsione della senatrice. L'ultima dissidente lascia la riunione prima del tempo, dopo aver letto una lettera in cui dice di aspettare il giudizio dei colleghi, rimanendo «ferma sulle mie opinioni», nella speranza che tutto questo porti nel Movimento più democrazia.
Gambaro inizia il pomeriggio più difficile della sua vita parlamentare con l'ennesimo sfoggio di carattere: «Non lascio». È il pre processo, la riunione dei soli senatori con la collega destinata al patibolo. Pochi vogliono affidarla alla forca della Rete, tanti, soprattutto le donne, la difendono. Ma quando l'assemblea diventa congiunta, con il trasferimento dei senatori a Montecitorio per un faccia a faccia dei parlamentari al completo, tutto si oscura. Niente più diretta. Lo decide l'assemblea stessa, con l'ennesima messa ai voti. Nessun collegamento con l'esterno. Quello che si è potuto osservare in diretta tv, prima, sono gli spigoli, le vedute spesso diversissime di un gruppo che sotto la coltre del pensiero unico di Grillo cova malesseri, speranze collettive e delusioni individuali. Emerge infatti più solidarietà per la senatrice a processo che fedeltà al padre padrone. Gambaro non se ne vuole andare: «Io mi trovo bene in questo gruppo», chiarisce. Attacca l'ex capogruppo Vito Crimi, con cui è venuto meno «il rapporto di fiducia», se non altro perché Crimi «ha pubblicato un mio sms». Spiega di non doversi giustificare davanti ai colleghi: «Non ho mai parlato male del gruppo. Ho solo parlato di toni e comunicazione». A Grillo «siamo tutti riconoscenti, però, i toni devono cambiare». Anche i toni del blog: «Qui nessuno parla delle reazioni, sono state di una violenza incredibile».
I giacobini come Crimi spiegano che qui non si vota «nessuna espulsione, ma noi votiamo di rimettere alla Rete la decisione». Poi l'ex capogruppo saluta tutti e se ne va: «Devo andare a fare il trasloco». È questa la linea degli intransigenti, la via di fuga per esporre meno il Movimento: al voto si metterà l'assegnazione dell'imputata al tribunale del popolo. Nicola Morra, il neocapogruppo, spiazza l'accusata: «Io per primo chiederò che Nicola Morra, alla prossima assemblea utile, venga giudicato dalla Rete. Se ho sbagliato, è giusto sia così». «Io valuterei se fare un passo indietro e dimettermi», dice alla Gambaro Maurizio Buccarella. Ma le due anime subito si dividono. Il dialogante Luis Alberto Orellana, per esempio, lo dice chiaro: «Non chiederò l'espulsione di Adele, non credo alla compravendita e contesto nel metodo la riunione di oggi pomeriggio». Parte la difesa, al femminile ma non solo. La toscana Alessandra Bencini: «Deve rimanere. Voglio capire se dare un'opinione personale è illegale». Sembra il Grande Fratello: c'è chi «nomina» Adele Gambaro, ed è incline all'accusa, e chi la difende. E non tutti sono d'accordo nell'affidare il giudizio alla Rete. Maurizio Romani: «Sono contrario alle gogne mediatiche. Sono un ex giocatore di rugby, tutto questo vuol dire che se un mio compagno sbaglia un passaggio lo metto alla gogna. Non ci possiamo fidare in assoluto della Rete, perché ho visto risentimento e desiderio di vendetta».
Chiedono all'imputata perché ha parlato dei suoi problemi con Sky, e non in assemblea. Le spiega di aver chiamato Beppe Grillo ma lui «non ha risposto». Romani ancora la difende: «Dalle elezioni mi risulta che non abbiamo svolto nessuna assemblea». I duri e puri lasciano cadere le parole giudicanti. Morra assicura: «Se qualcuno si azzarda a fomentare minacce dalla Rete o a sollecitare atti di tipo fisico del tipo “ti aspetto sotto casa” è fuori dal Movimento». Giovanni Endrizzi: «Non possiamo dare ai giornali la padella per cucinarci». Alla fine passa la tesi della compattezza. Si va alla Camera, qui i deputati sono quasi il doppio: 107. Prima trenta interventi, poi cento. Clima teso. Molti infastiditi perché Adele se n'è andata subito. Alla fine passa la linea: decida la Rete, ovvero la ghigliottina del blog. «Sono le regole», chiosano i capigruppo Nuti e Morra. Espulsione quasi certa.