Grillo vuole ghigliottinare Napolitano

Il Movimento 5 Stelle chiede l'impeachment: "Non rappresenta gli italiani". Il presidente serafico: "Faccia il suo corso"

Roma - Lo stato d'accusa? «Faccia il suo corso». Quattro parole contate all'uscita del Vittoriano, un mezzo sorriso prima di risalire in macchina e tornare al Quirinale. Per Giorgio Napolitano la richiesta d'impeachment non merita di più: accertata la debolezza giuridica delle tesi grilline, sicuro che l'iniziativa del M5S evaporerà in fretta, il presidente, come spiegano dal Colle, «si rimette alla procedura». Anche chi lo ha attaccato - il Pdl, la Lega, persino Di Pietro - adesso lo difende e pure i cinque stelle si spaccano. Così, più che lo stato d'accusa, a preoccupare Napolitano è il caos alla Camera e il cammino della riforma elettorale.

Eppure i capi d'imputazione sono pesanti. «Il presidente della Repubblica - si legge - non sta svolgendo il suo mandato in armonia con i compiti assegnati dalla Costituzione. Gli atti svelano la commissione di comportamenti dolosi attraverso i quali ha abusato dei suoi poteri, violato i suoi doveri e radicalmente alterato il sistema repubblicano con una modifica sostanziale della forma di Stato e di governo». Tutto ciò, secondo M5S, «configura il reato di attentato alla Costituzione».
Vent'anni fa ci provò il Pds di Achille Occhetto ad incriminare Francesco Cossiga. Adesso tocca a Grillo. Il leader oggi verrà a Roma per galvanizzare i suoi, impegnati in una specie di scontro totale con le istituzioni della Repubblica, forse per ostacolare l'accordo sull'Italicum raggiunto da Renzi e Berlusconi. Ma la di là delle motivazioni politiche, la richiesta è agli atti dalle 9.30 del mattino. Entro dieci giorni si riunirà il comitato per le prerogative parlamentari e valuterà se ci sono gli estremi per procedere o se la pratica va archiviata. A guidarlo sarà il presidente della giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, Ignazio La Russa.

Il comitato esaminerà nel dettaglio la richiesta di stato d'accusa, che i grillini hanno diviso in sei punti. Il primo parla di una «espropriazione della funzione legislativa»: il ricorso frequente ai decreti avrebbe trasformato la Repubblica «da parlamentare a presidenziale o direttoriale». Il punto numero due se la prende con gli appelli del Quirinale a cambiare la legge elettorale e a fare le riforme. Il terzo, quasi contraddicendo il primo, accusa Napolitano di «mancato esercizio del potere» per non avere rinviato alle Camere delle leggi «di incostituzionalità manifesta». Esempi, il lodo Alfano e il legittimo impedimento. Per il quarto punto invece il capo dello Stato ha violato la Carta perché è stato rieletto. Il numero cinque punta sull'«improprio uso della grazia», citando il direttore del Giornale Alessandro Sallusti e il colonnello americano Joseph L. Romano. Infine il sesto: sollevando il conflitto di attribuzioni per la storia delle intercettazioni, Napolitano avrebbe «intimidito» e minacciato «l'indipendenza della magistratura».

Più che come, ci si chiede quando finirà. Beppe Grillo però non molla. «Oggi - scrive sul suo blog - abbiamo chiesto ufficialmente l'impeachment perché un uomo così non può continuare a essere il presidente degli italiani, perché lui fa il presidente del Consiglio, non il presidente della Repubblica. Deve dimettersi, come consigliò di fare a Cossiga». Paola Taverna azzarda un parallelo storico. «Bentornati ai tempi di Luigi XIV, sul cui regno non calava mai il sole. Su questa monarchia presidenziale sembra calare qualche ombra inquietante». Ma era sotto lo spagnolo Carlo V, 1516-1555, che non calava il sole grazie ai possedimenti americani. Il sovrano francese Luigi XIV, 1643-1715, era invece il Re Sole.
Al Senato però il sì all'impeachment passa di misura. Perplessità pure a Montecitorio. «La linea è stata decisa a maggioranza», ammette Luigi di Maio. Prime crepe?