La Harley mette in moto anche il Papa

La due ruote resa celebre da Easy Ryder festeggia i 110 anni a Roma. La benedizione di Bergoglio a 850 bikers

Roma - Avrà pure un design poco raffinato, un rombo inutilmente fracassone. Avrà pure una tenuta di strada da tir in discesa sul bagnato. E magari consumerà quanto un traghetto Civitavecchia-Olbia pur non avendo una grande ripresa. Tutto vero se fai paragoni con la Moto-Gp. Altrimenti se ne può parlare. Perché l'Harley Davidson non solo fornisce mezzi alla polizia americana (e allora tanto moscia non sarà) ma, diciamolo pure, resta il grande mito motociclistico, due ruote d'arte. Il mito reso immortale da Easy Rider e da Born to be Wild, l'inno protometallaro degli Steppenwolf, l'unica moto con raduni in tutti il mondo, come si fa per la 500, per la Dino, per la Lambretta. Da ieri i vertici della marca di Milwaukee, che al 2012 ha venduto 250.000 motociclette, è a Roma per festeggiare 110 anni. Un glorioso marchio nato nel 1903 in un minuscolo capanno di legno a Milwaukee, nel Wisconsin con la vecchia zia come collaudatrice. Un rally (come chiamano da quelle parti il raduno romano) di 4 giorni che rappresenta il più importante appuntamento a livello europeo mai organizzato. Come simbolo dell'anniversario, i vertici dell'azienda hanno presentato la «Freedom Jacket», una giacca di pelle nera, tempestata di badge. «Nel 1920, a 17 anni dalla nascita - racconta Bill Davidson, giovane rampollo di famiglia - il nostro marchio era già distribuito in 67 paesi del mondo». Gli harleysti sono arrivati giovedì sera in 100mila con 36mila moto e hanno già bloccato Ostia e i litorale. Ieri sono scorrazzati per il centro storico per finire nientemeno che al Maxxi. Una celebrazione coi fiocchi. Oggi c'è la parata fino allo Stadio dei Marmi e domani mattina (quasi) tutti al'Angelus da papa Bergoglio che benedirà 850 Harley, scelte a sorte.
Che dire, questi bikers fanno tenerezza. Ieri pomeriggio in via di Ripetta uno svizzero, reduce da un ingorgo, si è dovuto fermare per choc da traffico romano. In via Cola di Rienzo, a Prati, se la sono presa con un inglese che andava a 50 all'ora sulla sua corsia. Questione di punti di vista. Del resto, siamo il paese della velocità massima e dello svicolare. Un nostro motociclista mai si sognerebbe di mettersi docilmente dietro una macchina come fanno negli Usa. Se compri la moto lo fai per sbrigarti, saltare la fila e sorpassare come ti pare. L'harleysta, lui, ha un'altra filosofia: se la prende comoda, ogni tanto si fa una birretta, gli piace dipingere la moto, ascolta l'heavy metal, si gode la vista dall'alto col suo bel manubrio rialzato e ascolta il rumore di scarico, in inglese si dice «potato-potato». Un rumore caratteristico che stava per essere brevettato nel 2000. Loro, gli harleysti, vanno osservati bene, perché dietro a questi gilet e giubbotti cuciti di strani distintivi, si celano avvocati, medici, ingegneri, professori che cercano l'attimo di fuga. Che può essere una moto personalizzata con cui farsi notare senza la nevrotica ricerca della velocità a tutti i costi. E ieri in molti si sono fatti autografare la loro opera d'arte dall'entusiasta ottuagenario Willie G. Davidson, il boss. Commenta il vicepresidente Mark Richer: «Devo dire che qui a Roma avete uno stile di guida particolare. Mi avevano avvertito che era più adatta una Vespa per affrontare le vostre strade trafficate, ma ho notato che bisogna stare attenti. Ma noi che amiano il marchio Harley amiamo l'avventura, inoltre le nostre moto sono delle opere d'arte. È questo il connubio che ci lega alla capitale italiana, una città emozionante». E l'emozione non è mancata per qualche biker rimasto intrappolato in una città prigioniera dell'ennesimo e inspiegabile (per loro) sciopero del trasporto pubblico. Piccoli inconvenienti per una grande festa.