I baby testimoni più coraggiosi dei padri

LecceI genitori li avevano invitati a scegliere il silenzio, ma loro hanno deciso di parlare. E quando si sono trovati dinanzi agli agenti non si sono tirati indietro: hanno detto tutto, hanno raccontato quella mattinata di terrore e morte, hanno fornito elementi preziosi, particolari decisivi per fare luce su un efferato omicidio che ha insanguinato l'estate pugliese.
E così adesso il coraggio ha il volto e la voce di due ragazze di quindici e sedici anni, e di un ragazzo di sedici: sono i baby testimoni che hanno consentito alla polizia di arrestare il killer che in una torrida mattinata d'agosto ha premuto il grilletto pensando di regolare un vecchio conto e uccidendo invece un uomo per errore, sono i tre adolescenti che hanno inferto le prime crepe al muro di omertà che cinge come in un silenzioso ma inesorabile assedio il quartiere 167, periferia di Lecce, casermoni tutti uguali dove la gente da sempre è abituata a farsi gli affari suoi.
In questo fazzoletto abbandonato della città lo splendore scintillante del barocco e il vociare dei turisti sono lontani anni luce, qui la facciata patinata dei locali alla moda che animano la movida salentina non esiste e lascia il posto all'ombra minacciosa di palazzoni a schiera. Ma le vie del quartiere riflettono ormai anche il coraggio di tre ragazzini: sono quelli che si sono ribellati alla consegna del silenzio, quelli che hanno parlato nonostante le raccomandazioni dei genitori che invece, preoccupati per possibili ritorsioni, li invitavano a stare zitti.
Ma loro sono andati avanti: non hanno avuto timore di poter essere in futuro bollati come «infami» secondo le antiche logiche omertose di una periferia difficile, non hanno avuto paura di raccontare che quel giorno sul luogo del delitto c'era un tizio del quartiere, una faccia conosciuta che prima di fuggire li fissò negli occhi con uno sguardo minaccioso.
Adesso per questi minorenni la vita potrebbe non essere più la stessa. Ma le forze dell'ordine non li hanno certo abbandonati e si sono già mobilitate: i controlli nel rione sono stati rafforzati, in particolare nelle zone maggiormente frequentate dai giovani, e a breve potrebbe scattare anche un programma di protezione.
Il caso è finito infatti al centro del Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica che si è riunito su convocazione del prefetto, Giuliana Perrotta, per affrontare il tema dell'emergenza criminalità. Sulla vicenda è calato il massimo riserbo per tutelare i ragazzini, ma l'attenzione è costante e non viene tralasciato alcun particolare.
Era il pomeriggio del 2 agosto, in piazza Palio erano in corso i lavori per montare il palco per il concerto di Laura Pausini quando uno degli operai, Valentino Spalluto, si è accasciato al suolo dopo essere stato raggiunto da un colpo di pistola alla testa. Aveva vent'anni, nessun precedente penale, si dava da fare con il lavoro perché voleva mettere da parte i soldi e sposarsi con la sua fidanzata. Ma i sogni e le speranze sono stati spazzati via da quel proiettile.
A premere il grilletto sarebbe stato un giovane di 23 anni, Salvatore Polimeno: il 25 settembre scorso gli agenti della squadra mobile gli hanno notificato un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, dove già si trovava per evasione dagli arresti domiciliari. Fu uno scambio di persona. Secondo quanto emerso dalle indagini il vero obiettivo era un altro operaio, che lo aveva schiaffeggiato due mesi prima e quel giorno si trovava là vicino, a una ventina di metri dalla vittima: l'agguato doveva quindi essere l'esecuzione decretata per vendicare un'offesa ricevuta.
La polizia ha imboccato subito la pista giusta. I riflettori degli investigatori si sono concentrati sulla zona 167 e nel quartiere hanno individuato uno scooter simile a quello utilizzato per l'agguato. Ma gli elementi decisivi sono arrivati grazie alle parole dei baby testimoni: vivono nello stesso rione, quel giorno erano anche loro in piazza Palio e hanno riconosciuto il 23enne, che aveva la visiera del casco sollevata. I minorenni sono stati condotti in questura, e hanno parlato. «Un ottimo segnale, questi ragazzi sono la nostra speranza», ha detto il procuratore di Lecce, Cataldo Motta. Insomma una svolta per l'inchiesta, ma anche per tutto il quartiere.