I francesi ci sfilano il cappotto

Continua la razzia dei marchi italiani: Loro Piana passa a Louis Vuitton

Loro Piana passa ai francesi di Lvmh, che per 2 miliardi di euro avranno l'80% con un'opzione a comprare il 20% in 3 anni. Andranno a tenere compagnia, nel gruppo Louis Vuitton, a Pomellato, Pucci e Acqua di Parma; mentre a Ferré ci ha pensato da tempo il Paris Group, che è però di Dubai; Gucci è passata anni fa ai francesi di Pinault-Printemps-Redoute, insieme con Bottega Veneta; su Valentino sono arrivati prima gli inglesi di Permira nel 2007 e poi, dal 2012, Mayhoola, società partecipata da un fondo del Qatar; Bulgari l'ha rilevata con un'Opa nel 2011 Bernard Arnault.

Duecento anni dopo le prime lavorazioni della lana iniziate dai fratelli Lora e Compagnia a Trivero, vicino Biella, e trasferitisi dopo poco a Quarona, in Val Sesia, lo storico impianto tessile piemontese finisce nelle mani francesi di Lvmh (che in queste stesse ore stanno combattendo con Prada per la Pasticceria Cova di Milano). L'azienda tessile Loro Piana nasce tra le due guerre per iniziativa dell'ingegner Pietro. È poi sviluppata dal nipote Franco e oggi guidata dai figli Sergio (che si occupa di sviluppo e negozi) e Pigi (l'uomo di fabbrica). Nel mondo sono 130 i negozi Loro Piana, dove il cliente sa di trovare non moda, ma qualità, il massimo delle lane fini ed extra fini. Che, dice la storia, i fondatori avevano pensato e sviluppato per vestire di lana fresca suore e preti della Val Sesia. Ma che sono poi diventate il marchio mondiale «Tasmanian». Lvmh li corteggiava da tempo e alla fine li ha conquistati, pagando ben 21,5 volte il margine operativo lordo del gruppo: un record per il settore.

Ora la lista delle acquisizioni degli stranieri, e dei francesi in particolare, in casa nostra, si allunga ancora. Che succede? Ci stanno colonizzando? Intanto va detto che le prede sono le società migliori, quelle che funzionano ed esportano. Questo per dire che il capitale straniero si concentra comunque sulle nostre eccellenze, non sulle debolezze. Dopodiché, di sicuro la crisi gioca un ruolo, certificato dal «senso» delle operazioni, quasi «unico». Vale a dire sono molte di più le transazioni di stranieri in Italia che non quelle di italiani all'estero. La debolezza del nostro sistema economico e finanziario gioca un ruolo importante. E questo può anche creare problemi seri. Si pensi alla grande distribuzione, che può scegliere filiere di prodotti alimentari stranieri ai danni di quelle nazionali. Oppure più semplicemente al saccheggio di risorse, come è avvenuto per la Parmalat: una volta acquistata, la famiglia francese dei Besnier ha utilizzato la cassa per rilevare (da se stessa) una società americana, con un esborso che è finito al vaglio delle autorità. Ma le brutte notizie finiscono qui perché nel settore della moda e del lusso le cose vanno in maniera diversa.

Proprio ieri, in un'intervista, Brunello Cucinelli ha detto che «al made in Italy è riconosciuta in tutto il mondo un'arte e un'expertise senza uguali, tanto che le case francesi vengono a produrre da noi». Non solo, ma poi fanno il resto, rendendo le imprese che si comprano più forti di prima. Così pare che sia difficile trovare chi si lamenta dell'avvenuta colonizzazione: i compratori portano da noi risorse da investire, imponenti strutture organizzative e distributive a cui aggiungono il marchio acquisito e una storia da raccontare. In altri termini non vengono qui come farebbe Gordon Gekko, ma sanno bene che la forza dei nostri distretti tessili, conciari, orafi e così via è un unicum mondiale che è meglio non toccare. Semmai aumentare gli sbocchi internazionali verso mercati sempre più lontani e sempre più ricchi e desiderosi di lusso. Piuttosto c'è da chiedersi perché non sono i nostri gruppi del lusso a fare il contrario. A non riuscire a fare il passo decisivo verso una dimensione globale. Alcuni, come Prada o Ferragamo, entrambi quotati da poco in Borsa, o Tod's forse ci proveranno. Per molti altri le dimensioni lo impediscono. Così oggi è toccato a Loro Piana.

Commenti

MEFEL68

Mar, 09/07/2013 - 09:52

Da ignorante di economia mi chiedo una cosa: a volte ci lamentiamo che, data la nostra situazione, gli stranieri non investono più in Italia; ora ci lamentiamo per il massiccio motivo opposto. Delle due l'una. Inoltre, poco dovrebbe importare di chi è il pacchetto azionario e che di conseguenza ne incassa gli utili. Quello a cui non dovremmo rinunciare, e su questo i governi dovrebbero imporsi, è che la mano d'opera, la creatività, lo stile e il gusto rimangano italiani. In altre parole, coloro che acquisteranno un prodotto made in Italy, nel rimirarlo dovranno dire "si vede che è italiano. Accidenti se si vede!"