I giudici: «Scarano è un delinquente abituale»

Sul'aereo che lo riportava da Rio a Roma papa Francesco è stato chiaro. «Fa più rumore - ha spiegato ai giornalisti che lo tempestavano di domande senza rete - un albero che cade che una foresta che cresce». Il pontefice lo sa bene, ma questo non ferma la sua opera di risanamento: meglio far rotolare le teste che hanno sbagliato, anche se la loro caduta sarà dolorosa e fragorosa. Così, nel giorno in cui i giudici di Roma definiscono monsignor Nunzio Scarano, l'alto prelato in carcere con accuse gravissime, «un delinquente abituale», ecco che la scure di papa Bergoglio si abbatte sui vertici della chiesa slovena, appena oltre il nostro confine orientale. Tecnicamente, si può parlare di dimissioni: l'arcivescovo di Lubiana Anton Stres e quello di Maribor Marjan Tumsek abbandonano l'incarico, ma è evidente che la decisione è stata imposta dal Vaticano. I due pagano uno scandalo, l'ennesimo, che mette in difficoltà la barca di Pietro: un crac da 900 milioni di euro. Una cifra spaventosa, svanita nel collasso delle holding in cui l'arcidiocesi di Maribor, la città sede di un importante santuario mariano, aveva investito i propri patrimoni. In sostanza le holding avevano acquistato partecipazioni azionarie in una cinquantina di aziende slovene, poi qualcosa è andato storto e sono cominciati i fallimenti che hanno risucchiato nel vortice anche le stesse società e alcune banche. Un disastro senza fine. Un buco spaventoso di 900 milioni di euro. «Noi non siamo i principali colpevoli, ma ci dimettiamo», spiega in conferenza stampa l'ormai ex arcivescovo di Lubiana Stres «così chi arriverà dopo di noi sarà libero dai pesi del passato».
Inutile barcamenarsi con mezze misure. Bergoglio è uomo mite ma anche fermo. Non fa proclami rivoluzionari, ma i segnali di cambiamento, quando vuole, sa lanciarli. Così ha chiamato il cardinale scozzese Keith O' Brien, che aveva ammesso una sequela senza fine di molestie compiute nell'arco di trent'anni su alcuni seminaristi, e l'ha allontanato dalla sua terra per un periodo di penitenza. Ugualmente ha accettato le dimissioni di Paolo Cipriani e Massimo Tulli, rispettivamente direttore e vicedirettore direttore dello Ior, la banca che non riesce ad uscire dalla tempesta. A proposito di monsignor Scarano, che era contabile dell'Apsa, l'altra banca della Santa Sede, Bergoglio non si è nascosto dietro formule paludate. Anzi, in volo sul solito aereo per Ciampino, è stato esplicito: «Bel favore che ha fatto questo monsignore alla Chiesa. Riconosciamo che si è comportato male, la Chiesa lo deve punire nella forma giusta perché agiva male». Parole che arrivano da un cuore libero. Anzi, espressione di un coraggio che appare perfino temerario.
Scarano è nel mirino della magistratura di Roma e di Salerno perchè avrebbe fato rientrare illecitamente in Italia i capitali di alcuni armatori e, nel passato, della famiglia Agnelli. Il tribunale del riesame, nel respingere la richiesta degli avvocati di rimetterlo in libertà, lo definisce «una personalità inquietante». E i giudici sottolineano che Scarano e i suoi complici, uno 007 e un broker, sarebbero «capaci di gestire uomini, istituzioni e cose asservendoli a finalità illecite e al proprio tornaconto personale». Un quadro durissimo. E ancora più tranchant sono le parole spese per descrivere la falsa denuncia del fantomatico smarrimento di un assegno da 200 mila euro: in quel caso Scarano avrebbe agito come un «consumato delinquente».
Pazienza. Bergoglio guarda avanti. E con lui anche lo Ior prova a voltare pagina. Da ieri è attivo il sito dell'istituto di credito, www.ior.va, e il presidente e direttore ad interim Ernst von Freyberg annuncia la «tolleranza zero», manco fosse Rudolph Giuliani a New York. Da quest'anno i bilanci della chiacchieratissima banca saranno pubblicati. I romanzieri alla Dawn Brown avranno meno suggestioni. Meno tenebre e più trasparenza per la Chiesa di papa Francesco.