I guai del gemello diverso di Vendola


Simone Di Meo

Il Poeta ritorna (in Puglia) e l'Arcangelo sotto processo vola (a Roma). Con le dimissioni-lumaca di Nichi Vendola da Montecitorio, arrivate a dispetto del fair play istituzionale che pure il politico con l'orecchino non disdegna di predicare, lo scranno di Sel è andato a uno degli uomini di fiducia del governatore. Già sotto inchiesta. Si tratta di Arcangelo Sannicandro, avvocato amministrativista, già presidente della commissione Bilancio del consiglio regionale, recentemente rinviato a giudizio per truffa e falso. Per la Procura, avrebbe preso parte – insieme a un'altra quindicina di colleghi dei fori di Lucera e Foggia, anche loro finiti alla sbarra – a una maxi-truffa all'Inps da 60 milioni di euro. Il giochetto, stando sempre alle ricostruzioni d'accusa, funzionava così: i legali presentavano per conto di centinaia di braccianti agricoli ricorsi per rivalutazioni delle indennità previdenziali e per l'ottenimento di trattamenti per invalidità.
Appelli su appelli (circa cento al giorno prima delle indagini, oggi sono appena una decina) che hanno raggiunto la stratosferica cifra di 110mila istanze pendenti presso l'Istituto nazionale di previdenza. Solo che, a guardare bene le carte, i ricorsi presentavano firme contraffatte degli aventi diritto, o i documenti allegati erano incompleti o addirittura mancanti. C'erano ricorsi fotocopia, e in due casi gli investigatori hanno scoperto copie di sentenze contraffatte. La firma dei giudici era copiata da altri atti e apposta sui documenti attestanti l'accoglimento della richiesta.
Scoprire il bluff non è stato difficile. Duecento braccianti, convocati in caserma dalla Gdf, hanno disconosciuto la loro firma, e tanti altri non hanno potuto presentarsi davanti ai finanzieri – per spulciare tutte le pratiche, la Procura ha predisposto solo per quest'inchiesta una task force di 30 uomini – perché morti. Insomma, gira e rigira, siamo davanti allo stesso meccanismo truffaldino in cui è incappato un altro parlamentare, qualche giorno fa. L'ex Pdl, Fli e ora Scelta civica Aldo Di Biagio, indagato pure lui per risarcimenti d'oro dall'Inps.
Sannicandro è sotto inchiesta dal luglio 2010, ma la sua candidatura nelle liste alle ultime politiche non è mai stata messa in discussione. Così come non ne ha risentito l'incarico di presidente della commissione Bilancio, organismo strategico di un ente regionale. Per il suo «braccio destro», Vendola ha fatto un'eccezione rispetto a quella linea di fermezza che pure lo aveva portato a non respingere le dimissioni di un altro indagato «eccellente» del suo «cerchio magico»: l'ex assessore Alberto Tedesco. Laggiù in Puglia qualcuno vuol bene ad Arcangelo.
Il processo inizierà il 17 settembre e, in quella sede, il neo deputato ha già promesso che metterà a nudo «le calunnie dell'Inps». Sì, perché il procedimento è nato da una denuncia dell'Istituto insospettito dal fatto di dover pagare oltre 60 milioni di euro di onorari ai legali a fronte di appena 900mila euro di indennità riconosciute ai braccianti. La posizione di Sannicandro, è la sua linea di difesa, riguarda poche parcelle contestate. «Nel mio caso – ha spiegato dopo il rinvio a giudizio – si parla di 6mila euro». Un'inezia. Che non gli ha evitato comunque di finire a dibattimento. Secondo lui, ingiustamente perché «non si è tenuto conto dei bonifici che ho restituito all'Inps, molti anni prima dell'inchiesta, del totale di circa un milione di euro documentato per indebiti pagamenti che l'Inps che mi faceva». Problemi di opportunità non se ne crea, nonostante il suo partito sia quello che ha fatto più casino sulla questione delle liste pulite. «Sono sereno e ho accolto appieno l'invito fattomi da Vendola a restare tranquillo, anche di fronte ad eventuali strumentalizzazioni politiche e carognate», disse dopo l'avviso di garanzia. Arcangelo avvisato, mezzo salvato.