I leader di Pd e Udc a colloquio su legge elettorale e programmail retroscena

RomaÈ la coppia di fatto (politica) più gettonata dell'estate quella composta da Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini. Una coppia ancora ai primi appuntamenti, alla ricerca delle affinità elettive necessarie a costruire una vera alleanza e renderla credibile di fronte ai rispettivi elettorati. Ma piuttosto assidua negli incontri e nel tentativo di far funzionare l'anomalo ménage modello compromesso storico da Prima Repubblica.
Dopo il lungo colloquio svoltosi martedì scorso in uno dei corridoi della Camera sotto gli occhi incuriositi dei cronisti, questa volta i due capi partito si sono concessi un appuntamento carbonaro - ma non troppo - nella stanza riservata al leader dell'opposizione, quella situata proprio dietro l'aula, nella galleria dei presidenti. Da lì è uscito attorno alle 16 e 30 un Casini molto guardingo, con passo svelto e l'aria di chi ha fretta. Tre minuti dopo dalla stessa porta è uscito Bersani, uno sguardo a destra, uno a sinistra e poi via verso i corridoi. Un colloquio durato molto più del precedente che pare abbia toccato diversi temi sul tappeto, nel tentativo di ridurre in unità sensibilità varie e distanti, a cominciare dalle modalità di sostegno al governo Monti.
Pare, infatti, che negli ultimi giorni il nervosismo del segretario del Pd sull'applicazione della spending review sia cresciuto in maniera esponenziale. Il motivo? La pressione sempre più forte esercitata dai sindacati con tanto di mobilitazioni di piazza orchestrate dalle categorie del lavoro pubblico. Bersani sa bene che la spending review va a incidere direttamente sui bacini elettorali di riferimento - pubblico impiego, sanità, enti locali - esattamente come la riforma del lavoro colpiva la Cgil. Inoltre questi tagli, a suo dire, andrebbero a depotenziare i già teorici effetti del decreto sviluppo. Bersani è alla ricerca di soluzioni alternative perché «stringere la cinghia non basta», affermazione velleitaria nel giorno dell'approvazione del fiscal compact ma utile perlomeno ad allontanare lo spettro di una manovra aggiuntiva.
Nel menu delle preoccupazioni incrociate dei due leader figura poi l'imminente voto in Senato sul semi-presidenzialismo. Un'operazione che Silvio Berlusconi sta gestendo di concerto con il vecchio alleato leghista e che, in caso di approvazione in Senato, potrebbe trasformare il voto alla Camera in una giornata thriller e mischiare ulteriormente le carte di fine legislatura.
C'è poi la partita della legge elettorale, un argomento che divide Pd e Udc e sul quale non sarà facilissimo trovare la quadra tra i due partiti (quasi) alleati. Di certo il patto progressisti-moderati dovrà sforzarsi di pilotare le pulsioni interne e le resistenze interne verso uno sbocco condiviso. Dal Pd raccontano che gli sherpa sarebbero già al lavoro per delineare due-tre proposte programmatiche forti da mettere in campo a fine settembre, capaci di unire le varie anime e tracciare un primo solco. Il dialogo, però, non ha una traiettoria scontata. Anche perché inevitabilmente si intreccia con le classiche fibrillazioni da fine legislatura.
Gli abboccamenti dei singoli parlamentari per strappare la ricandidatura sono già iniziati. Ma pare che a Via Due Macelli sicuri della riconferma, al momento, siano soltanto Galletti, De Poli, Libè e Rao. Gli altri aspettano un cenno. E guardano con nervosismo ai preparativi per il matrimonio con gli storici rivali di un tempo.