I nuovi mestieri da donna? Fabbro e camionista

Sono donne ma fanno mestieri da dure. Di quelli che non sogni da bambina, di solito: carrozziere, falegname, fabbro. Camionista, in cima al sedile, alla guida di un gigante di tir, su e giù per le autostrade d’Italia. Altro che principesse, altro che modelle o attrici o maestre. Sono donne che hanno altro, per la testa e per le mani: un fisico forte, capace di sopportare una fatica da maschio. Ed è anche questione di mentalità: fanno le artigiane, che già è una scelta controcorrente, e magari pure in proprio, creandosi l’impresa. Attrezzi, cavi, fili, fiamma ossidrica, bulloni, motori. Tutto ciò a loro non solo non fa paura, ma neanche è estraneo come alla maggior parte delle femmine, che neppure considerano l’esistenza di questo intero mondo di mestieri quotidiani: sono faccende che di solito tornano in mente al momento del bisogno, quando salta il frigorifero, quando c’è la scaffalatura del ripostiglio da costruire, quando si rompe la lavatrice e si allaga il bagno, quando l’auto ti pianta in asso. Ecco a quel punto ci sono donne che sanno risolvere la situazione. Donne fuori dal comune, davvero. La media non sa cambiare una lampadina, loro sono capaci di rifare l’impianto elettrico di tutto l’appartamento. La solita donna media riesce a parcheggiare, se tutto va bene, a lisca di pesce: loro guidano un camion per centinaia di chilometri e ci fanno anche manovra.
Sono femmine di un altro pianeta, che scelgono strade inusuali e fanno proseliti, perché il loro numero è in aumento. Complice la crisi, che fa riscoprire la tradizione, dice un’indagine della Camera di commercio di Monza e Brianza. Fatto sta che i numeri raccontano una realtà in sordina ma in crescita, un universo di calzolai, tappezzieri, restauratori, meccanici, idraulici donna. Lavori per i quali spesso non c’è neanche la declinazione, al femminile. I tappezzieri, per esempio, sono donna nel quindici per cento dei casi: in totale mille e cento signore, una su cinque fra i nuovi iscritti del 2010. Tantissime. Come fra i calzolai: trecento le donne, cioè l’otto per cento. Anche in questo caso, nel 2010 erano una ogni cinque fra i nuovi artigiani del settore.
Poi ci sono le camioniste: un po’ come le amazzoni, sono figure mitologiche, delle specie di superwoman, fanno un mestiere che già è considerato impossibile da molti maschi. Faticoso, pericoloso, snervante, una routine di paesaggi sempre in movimento e strisce bianche, benzina e pedaggi, carico e scarico, un po’ di sosta, tanto traffico, una stanchezza accumulata chilometro dopo chilometro che diventa quasi infinita, irrecuperabile, altro che fondotinta anti occhiaie. Sono il tre per cento del totale, che potrà sembrare una percentuale bassina, ma in realtà sono milleottocento donne al volante di camion e tir, un’enormità. Sono tante anche le artigiane del ferro: il cinque per cento dei fabbri d’Italia, quasi duemilaquattrocento donne, impegnate in una professione che è sempre più rara, difficile, di quelle che alla sera altro che stanchezza. E magari poi a casa ci sono la cena da preparare, i figli che devono finire i compiti e poi vanno messi a letto, la cucina da sistemare, i calzini sul pavimento, la lavatrice, i panni da stirare, la pattumiera da buttare. La fatica è uguale per tutti, ma per alcune è di più. Ci sono le carrozziere, oltre settecento (l’1,4 per cento dei meccanici) e le donne elettricista (oltre quattrocento, poco più del tre per cento del totale), che fanno un mestiere amatissimo da molte mamme, perché in famiglia ci vorrebbero sempre un medico e un elettricista, che non si sa mai. Ecco loro hanno risolto il problema alla radice, come le donne idraulico. Loro sono solo centoquaranta, la percentuale più esigua, lo 0,3 per cento del totale: in pratica lo scorso anno solo una donna ha aperto un’impresa nel settore ogni 191 uomini. Una minoranza nella minoranza, la professione più tabù fra quelle artigiane. Ma tabù si fa per dire, in Sardegna c’è anche qualche temeraria che lavora in miniera, un coraggio d’altri tempi, una tempra da romanzo. Figurarsi se per loro esiste la parola impossibile.