«I pm mi hanno violentato volevano che incastrassi Silvio»

Sono le sette e mezzo di sera, e Ruby risponde al telefono da Genova con la voce stanca. Dietro, si sente sua figlia Sofia che piangicchia. I siti internet e le televisioni pullulano delle immagini di poche ore prima, con Ruby davanti al tribunale di Milano, il cartello al collo, in mano i fogli in cui racconta la sua verità sul caso che porta il suo nome. E, più o meno esplicitamente, c'è già chi avanza dubbi: Ruby scagiona (...)

(...) Berlusconi perché Berlusconi la mantiene, come mantiene le altre testimoni del processo. «Pensino quello che vogliono. Io sono venuta a Milano perché sentivo che è mio diritto dire come sono andate le cose. Dire la verità. E la verità è che tra me e il presidente Berlusconi non è mai successo niente. Assolutamente niente».
È da qui, dalla voce stanca di una ragazza di vent'anni che ha avuto il coraggio di presentarsi da sola di fronte al muro - non certo benevolo, o addirittura ostile - dei media, che bisogna partire per capire la genesi dell'evento senza precedenti che ieri fa irruzione sulla scena dei processi a Silvio Berlusconi. È la scena di una vittima che finora nessuno ha voluto ascoltare. Né la difesa di Berlusconi, cui qualche tatticismo la legge e l'etica lo consentono; né la Procura della Repubblica, che invece avrebbe il dovere di cercare la verità a tutti i costi, e che invece ha ritenuto superfluo interrogare in aula la presunta vittima delle avances a pagamento del Cavaliere. Citarla a testimoniare, dicono i pm, sarebbe stato inutile perché già sapevamo che avrebbe mentito, che avrebbe negato tutto. Come se si possa immaginare una ragazza di vent'anni che tiene testa all'interrogatorio di un pm come Ilda Boccassini senza inciampare sulle proprie frottole, contraddirsi, crollare.
Nasce da lì, dalla sua rimozione dalla lista dei testimoni, la decisione che alla fine ieri porta Ruby sullo scalone del palazzaccio milanese, a trascinarsi un cartello più grande di lei. Perché quella rimozione è un sintomo della sua trasformazione, mediatica e giudiziaria, da vittima a complice. Solo Ruby e Berlusconi conoscono la verità sui loro rapporti. Ma il monologo di ieri sulla scalinata milanese è la conferma più chiara di quanto necessario fosse sentirla in aula, costringendola ad assumersi sotto giuramento la responsabilità delle accuse pesanti che lancia contro la Procura milanese. E facendole quelle domande a cui ieri si è sottratta. Ad esempio sulle sue improvvise e lunghe vacanze in Messico, proprio a ridosso dell'udienza in cui sarebbe stata interrogata.
Era da diversi giorni che Ruby lavorava al testo delle cinque pagine che ieri ha letto davanti alle telecamere. Una cosa le era chiara fin dall'inizio: nessuna domanda, non mi faccio mettere sulla graticola dai giornalisti, leggo e me ne vado a costo di sembrare antipatica. Tanto lo so già cosa pensano di me. Ma sul cosa dire, Ruby si è arrovellata a lungo. La prima versione, stesa di getto accanto al suo fidanzato Luca Risso, pare che fosse ancora più aspra. Poi, a forza di limature e aggiustamenti, si è arrivati alla versione finale, quella letta ieri: che evita i dettagli più scomodi, che avrebbero esposto Ruby al rischio di querele, ma mantiene intatta la sua potenza polemica, nei confronti dei media e soprattutto della Procura milanese. Media e magistrati, che sono per Ruby - con poche eccezioni, nell'uno e nell'altro campo - due facce di un unica macchina in cui la sua vita è stata inghiottita e quasi stritolata.

di Luca Fazzo