Ilva, merci dissequestrate ma il sindaco ora è indagato

L'Ilva, il colosso del siderurgico trasformato ormai in un traballante gigante di carta dal destino incerto, può tirare un sospiro di sollievo grazie al dissequestro di parte dell'acciaio già prodotto. Ma nel frattempo l'inchiesta sul disastro ambientale va avanti. E dalla Procura parte un avviso di proroga di sei mesi delle indagini preliminari indirizzato al sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, esponente di Sel, riconfermato alle ultime amministrative alla guida di una giunta di centrosinistra: il primo cittadino è indagato per abuso di ufficio e omissione di atti di ufficio nell'ambito del filone investigativo denominato «ambiente svenduto».
La notizia è trapelata ieri e si è rivelata l'ennesima scossa di un terremoto giudiziario che sta facendo tremare la Puglia, visto che il destino di undicimila operai (oltre a quelli dell'indotto) è inevitabilmente legato a doppio filo a quello della fabbrica.
La guardia di finanza intende verificare se siano ravvisabili eventuali responsabilità nella catena dei controlli e se in qualche modo sia stato consentito all'Ilva di evitare o pilotare gli accertamenti ambientali negli ultimi quattro anni. Al centro dell'inchiesta c'è Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni esterne dello stabilimento arrestato nei mesi scorsi, che avrebbe dato vita a un sistema – è l'ipotesi degli inquirenti e del gip – mirato a intrecciare rapporti con rappresentanti delle istituzioni, pilotare i controlli e a addomesticare la stampa. Il sindaco di Taranto spazza con decisione qualsiasi ombra e, dopo aver precisato di aver appreso «dagli organi di stampa» dell'iscrizione nel registro degli indagati, tiene a sottolineare: «A tutt'oggi non ho ricevuto alcuna comunicazione in tal senso, ove ciò dovesse accadere prontamente lo renderò noto». Stefàno si sofferma sul suo stato d'animo e assicura di essere «sereno, convinto come sono – aggiunge - di aver assolto ai miei doveri di sindaco nell'esclusivo interesse della città, a difesa della quale ed in tempi non sospetti presentai un circostanziato esposto all'autorità giudiziaria sui fatti ambientali della grande industria»; inoltre, il primo cittadino dichiara di essere «pronto ad essere ascoltato dai magistrati per fornire loro tutti i dovuti chiarimenti in ordine ai fatti a me eventualmente contestati».
Le indagini approdarono a una prima svolta il 26 luglio dell'anno scorso, quando il gip del tribunale di Taranto, Patrizia Todisco, dispose il sequestro di sei impianti dell'area a caldo e firmò l'ordinanza di arresti domiciliari per otto persone; successivamente, nell'ambito di un filone parallelo di indagine avviato per fare luce sui controlli, furono eseguite altre sette ordinanze cautelari oltre a un sequestro che ha colpito duramente l'azienda, vale a dire quello del prodotto finito e di semilavorati rimasti sulle banchine del porto, un milione e 700mila tonnellate per un valore di circa un miliardo di euro (800 milioni secondo i custodi giudiziari a cui sono stati affidati): era tutto pronto per essere commercializzato, ma i sigilli sono scattati in quanto l'Ilva avrebbe violato le prescrizioni della magistratura. Proprio sulla sorte di quanto già prodotto è ancora in atto uno scontro giudiziario tra lo stabilimento e la Procura, che ieri ha deciso però di dissequestrare una parte del materiale e restituire all'Ilva acciaio del valore di venti milioni di dollari: si tratta di una fornitura di 63mila metri cubi di tubature destinate a un oleodotto iracheno. Nei giorni scorsi l'azienda aveva annunciato di essere pronta a intraprendere un'azione di risarcimento contro lo Stato italiano nel caso in cui non fossero stati rispettati i termini di consegna con conseguente annullamento del contratto. Ma così non è stato. Un successo importante per l'Ilva, anche se restano sotto chiave gli altri prodotti: su questo punto l'ultima parola spetta al gip.