Imbroglio Fli: assalto al premio di maggioranza

Se fanno cadere il governo i finiani tradiscono lo spirito della legge elettorale, appropriandosi di seggi che sono stati dati loro proprio per garantire la stabilità dell’esecutivo. All’estero i ribaltonisti vengono espulsi, in Italia sono difesi

E se domani nascesse, sulle ceneri del governo Berlusconi, un esecutivo tecnico, che ne sarebbe dei deputati eletti con il premio di maggioranza? Domanda innocente, eppure, potenzialmente, incendiaria, che ci riporta ai fondamentali della politica. Secondo logica, quei deputati dovrebbero rimettere il mandato. Ma la logica, in politica e in Italia, raramente trionfa.

Urge breve promemoria. L’attuale legge elettorale, per quanto criticata e certo perfettibile, attribuisce alla coalizione vincente un pacchetto di seggi supplementari, che permette di raggiungere circa il 55% dei seggi della Camera. Il principio è applicato anche al Senato, sebbene su base regionale e con calcoli complessi, che possono generare dinamiche fuorvianti, come avvenuto, ad esempio, ai tempi dell’ultimo governo Prodi. Lo spirito della legge Calderoli, nota anche come «porcellum», comunque, è chiaro: mira a garantire al governo una maggioranza confortevole per sottrarre il primo ministro ai ricatti e alle devianze tipiche della Prima Repubblica.
Dunque, teoricamente, se il governo legittimamente eletto venisse rovesciato in aula, il premio di maggioranza dovrebbe essere ricalcolato, estromettendo o, comunque, punendo i ribaltonisti.
La realtà, però, è diversa. In Italia chi tradisce la volontà popolare nel corso della legislatura non rischia assolutamente nulla. Per merito (o, meglio, per colpa) dell’articolo 67 della Costituzione, secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», spiega a il Giornale il costituzionalista Paolo Armaroli.

Per intenderci: in alcuni sistemi elettorali il cambio in corsa non è permesso. Se un deputato, per qualunque ragione, si dissocia dal partito che lo ha candidato, il seggio viene revocato immediatamente e la parola torna agli elettori, che possono premiare o punire il ribelle.
In Italia, invece, vige ancora una consuetudine che risale alla Rivoluzione francese e che di fatto libera il deputato o il senatore da qualunque responsabilità. «La volontà popolare non è imperativa, né vincolante», continua Armaroli, che definisce l’articolo 67 della Costituzione «la foglia di fico dei ribaltoni». Una volta eletti a Montecitorio o a Palazzo Madama, deputati e senatori devono rispondere unicamente alla propria coscienza. Fino a fine legislatura.
E questo spiega la tranquillità di Fini e dei suoi 45 parlamentari. Possono fare quel che vogliono, persino appropriarsi di fette consistenti del premio di maggioranza. D’altronde, anche ipotizzando di scorporare da Futuro e Libertà la quota ottenuta con il premio di maggioranza, sarebbe necessario procedere a calcoli complicatissimi e arbitrari, considerato che il «porcellum» non contempla il voto di preferenza. Insomma, una soluzione non percorribile.
Sarebbe molto più saggio, invece, rispolverare un progetto di legge presentato nel 1999 dallo stesso Armaroli, all’epoca deputato di Alleanza nazionale, che proponeva di abolire il principio del divieto di mandato imperativo, rendendo inscindibile il patto politico con gli elettori. Ma la sua richiesta fu respinta dal centrosinistra e boicottata da diversi esponenti del centrodestra, che non gradivano l’obbligo di coerenza e il rispetto della parola data. Preferivano non privarsi dell’arte più subdola e pervasiva della politica italiana; quella del trasformismo. Con le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti.