Indagato il re dei sondaggisti «Mannheimer maxi-evasore»

A suo modo, un'icona. Per certi versi, una sorta di oracolo. Con una parabola molto italiana. Dal Maoismo alle poltrone di Porta a porta, dalla rivoluzione di piazza alle prime pagine del Corsera. Sempre sul pezzo, sempre sulla cresta della notizia. Stavolta, però la notizia è lui. Renato Mannheimer, il sondaggista più famoso dello Stivale, finisce sotto inchiesta per reati fiscali. Tecnicamente si chiama «dichiarazione fraudolenta dei redditi». Per dirla con i numeri a lui tanto cari, è accusato di aver evaso il Fisco per 5,4 milioni di euro negli ultimi cinque anni. E l'accusa completa è di quelle che fanno il botto: associazione per delinquere.
E così, la tegola cade sul Renatino nazionale nella tarda mattinata di ieri, quando i finanzieri del Nucleo di polizia valutaria bussano alla Ispo - l'Istituto per gli studi sulla pubblica opinione di cui Mannheimer è presidente - con un ordine di perquisizione firmato dalla Procura di Milano. Le fiamme gialle, poi, entrano anche nella sua abitazione, e nelle sedi di altre cinque società in Italia e all'estero, che assieme alla Ispo avrebbero messo in piedi il meccanismo per raggirare l'erario. «Non ne so nulla», è la sua scarna dichiarazione battuta dalle agenzie. «Non ho gli elementi per fare dichiarazioni, quando li avrò le farò». Questione di correttezza, e anche un po' di abitudine. Perché in fondo è questo che fa, Mannheimer. Tradurre gli umori in scienza. Capire prima le circostanze e poi - solo poi - sbilanciarsi in previsioni e commenti. È lo stilema dei sondaggisti, ed così che Renato è diventato il numero uno.
Perché le sue previsioni riempiono pagine di giornali prima di ogni elezione, e ancora pagine nell'analisi del post-voto. Perché sui suoi grafici si lambiccano schiere di politici a caccia di preferenze. Anche se capita che questa scienza esatta non sia poi tanto esatta, e qualche sfondone lo prenda pure lui come tutti i suoi colleghi, costringendolo a recitare il mea culpa. E l'ha fatto di recente, sempre dalle pagine del Corriere della Sera, spiegando che i sondaggi sono una cosa difficile, che in Italia sono sì rigorosi, ma il problema è l'elettorato che è instabile, volubile, «last minute». Ma a Mannheimer l'errore si perdona, perché in fondo rappresenta il volto rassicurante della ripetizione. Mannheimer nello studio di Bruno Vespa la sera delle elezioni è come il presepe a Natale, l'afa ad agosto, il derby in notturna. C'è. Sempre.
Ed è rassicurante nonostante un percorso tutt'altro che lineare. Perché sotto il completo grigio indossato a favore di telecamera e il capello brizzolato di oggi, batte il cuore di un giovane contestatore nella Milano del post '68, un rivoluzionario, un militante di gruppo di estrema sinistra - «Servire il popolo» - così stralunato da somigliare più a una setta religiosa che a un movimento politico. Uno che all'epoca ci mise assai poco a rinunciare alla ricchezza borghese perché «ero povero in canna - raccontò in un'intervista al Corriere - ed è stato facile», e una volta capito che «Servire il popolo» non l'avrebbe portato lontano, scelse il Pci, assieme a un gruppo di giovani tra cui la futura moglie Barbara Pollastrini, ministro per le Pari opportunità in quota Ds nel secondo governo Prodi. Uno di sinistra, poi di «centrosinistra», poi «indipendente», poi chissà. Dalla piazza al salotto di Vespa, che sta alla rivoluzione proletaria come il maiale all'Islam, fino alla performance di qualche mese fa negli studi di La7, dove Mannheimer balla il twist e il Gangnam style. È Renato che va oltre Renato, oltre i numeri e i grafici, oltre il serio professionista del vaticinio elettorale. E diventa molto di più. Un personaggio, più di quanto non fosse già.
Solo che adesso c'è anche quell'accusa - associazione a delinquere - che mette i brividi. In sostanza, avrebbe evaso 5,4 milioni di imposte dirette e 1,6 milioni di Iva. In pratica, secondo i pm funzionava così: Ispo riceveva l'incarico di effettuare un sondaggio, e a lavoro completato lo faceva fatturare a una società di Tunisi. Il denaro rientrava poi nella disponibilità di Mannheimer e di Ispo attraverso conti correnti aperti in Lussemburgo e in Svizzera. Perché? Facile, per pagare meno tasse. Ed è ovvio che questa è solo un'indagine, che l'accusa è appunto un'accusa, e che il reato esiste in ipotesi. Ma al netto del garantismo, ricorda un libro che Mannheimer pubblicò pochi anni fa: L'Italia dei furbi.