Ingroia non vuole fermarsi: «Quei nastri sono utilizzabili»

RomaLa distanza, tra Quirinale e Procura di Palermo, appare abissale. Ed è tutta nella frase del pm Antonio Ingroia, quasi una sfida al Colle: «Se ci fosse un'intercettazione rilevante nei confronti di un indagato che parla con una persona coperta da immunità, secondo noi quell'intercettazione sarebbe utilizzabile».
Siede accanto al procuratore capo Francesco Messineo l'aggiunto palermitano, che è titolare con altri dell'inchiesta sulla presunta trattativa fra Stato e mafia dopo le stragi del '92. È appena finita la riunione tra gli inquirenti convocata in fretta a fine mattinata nel palazzo di Giustizia, subito dopo la notizia che il Colle ha sollevato il conflitto d'attribuzioni davanti alla Corte costituzionale per le intercettazioni tra Giorgio Napolitano e l'ex ministro Nicola Mancino, e vengono ammessi i giornalisti.
I toni di Ingroia sono diversi da quelli concilianti di Messineo, secondo il quale sono state rispettate «tutte le norme a tutela del presidente della Repubblica» e «non sono state violate le sue prerogative». Con più forza, il pm rivendica il diritto dei magistrati di valutare la rilevanza o meno delle intercettazioni, sostenendo che questa posizione «è confortata da illustri studiosi». Ma i giuristi del Quirinale la pensano ben diversamente: quelle probabili intercettazioni del presidente e non solo del suo consigliere giuridico Loris D'Ambrosio, sono vietate e, in ogni caso, dovevano essere subito interrotte e poi distrutte.
Messineo si dice «sereno», assicura di aver dato chiarimenti all'Avvocatura dello Stato e gioca tutto sulla distinzione tra «intercettazioni preordinate, che sarebbero state illecite e vietate» e un'intercettazione «occasionale e di fatto in sé imprevedibile e inaspettato». Come in questo caso, che per lui «sfugge» a quelli previsti dalla legge per il divieto assoluto di ascoltare il Quirinale. «Mai - assicura - la Procura avrebbe attivato una procedura diretta a controllare o comprimere le prerogative attribuite al capo dello Stato».
Ingroia non rimane sulle generali, difende le scelte fatte e l'utilizzabilità dei file. «L'intercettazione sarebbe rilevante - precisa - nei confronti della persona intercettata, non certo dell'altra persona coperta da immunità. Ma non esiste alcuna intercettazione rilevante nei confronti di persone coperte da immunità. E ricordo anche che per le persone non coperte da immunità non c'è alcun bisogno di autorizzazione a procedere».
L'aggiunto guida il pool titolare dell'inchiesta, di cui fanno parte i sostituti Nino Di Matteo, Lia Sava e Guido Palermo. È chiaro che non ha alcuna intenzione di riconoscere di aver commesso un errore, violando i confini dell'immunità quirinalizia. E ora le conversazioni di Mancino con Napolitano, come già quelle con D'Ambrosio, rischiano di essere divulgate dopo l'udienza-filtro, quando il Gip ne valuterà con le parti appunto la rilevanza penale nel processo o disporrà l' eventuale distruzione dei file. Sempre se prima non interverrà l'alt della Consulta.
Ingroia ricorda ai cronisti che c'è un precedente: «Non è vero che è la prima volta che capita. L'episodio in cui fu coinvolto Scalfaro è molto simile». Si riferisce all'intercettazione del 1993 tra l'allora capo dello Stato e l'ex Ad della banca popolare di Novara, Carlo Piantanida, pubblicata nel 1997 dal nostro giornale.
Messineo precisa che la decisione di sollevare il conflitto d'attribuzione «non influirà in alcun modo sui tempi della richiesta di rinvio a giudizio nell'ambito dell'inchiesta». Indirettamente conferma che le intercettazioni tra Napolitano e Mancino sono negli atti della Procura. Ma, dice, «il problema non è dove sono, è se è legittimo poterle fare».