«Io pm assolto dopo 15 anni ho anche rischiato di morire»

Il giudice Mario Conte compirà 61 anni il mese prossimo. Gli ultimi quindici anni della sua vita li ha passati da imputato. Intanto continuava ad andare in ufficio, ad amministrare giustizia in nome del popolo italiano. Ma intanto il processo andava avanti. Magistrati come lui, colleghi di toga e di carriera, lo hanno accusato di essere diventato un narcotrafficante: «Associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti», diceva il capo di imputazione. Giudici come lui hanno chiesto e disposto il suo rinvio a giudizio, chiesto la sua condanna a otto anni e mezzo di carcere. E giudici come lui, l'altro ieri, lo hanno assolto con formula piena.
Bisogna partire da qui, dall'ultima puntata della storia, per capire l'apparente pacatezza - che il fatalismo partenopeo non basterebbe altrimenti a giustificare - con cui oggi Mario Conte racconta che alla fine la verità ha preso forma. Giustizia è fatta, come si dice: «Aspetto con curiosità di leggere le motivazioni. Ma già il dispositivo mi dice che il tribunale che mi ha giudicato conosceva bene il processo. Io sapevo di essere innocente, ma sapevo che non era sufficiente: dovevo dimostrarlo. E così ho fatto, accusa per accusa. Mi hanno capito».
Ma in mezzo ci sono stati quindici anni della sua vita di uomo e di magistrato. «Che devo dire? In questi anni ho dovuto affrontare anche altri pericoli (si è ammalato gravemente, e per questo il suo processo è stato separato dagli altri imputati, ndr). Sono sfide che la vita ti mette sul cammino, e che non puoi fare altro che affrontare. Una cosa però la voglio dire: non sono questi i tempi che la giustizia deve avere». Quindici anni. Una infinità.
Il pentito che diede il via all'indagine sul Ros di Bergamo, Biagio Rotondo, si è impiccato in cella cinque anni fa. Fu Rotondo a raccontare un giorno al pm bresciano, Fabio Salamone, che i carabinieri del Ros facevano strane cose. Che organizzavano traffici di droga e di armi per farsi poi belli scoprendoli. Salamone aprì l'inchiesta. Insieme a brigadieri e marescialli, l'inchiesta alzò il tiro contro chi era accusato di averli utilizzati e coperti: Giampaolo Ganzer, generale, comandante del Ros; e Mario Conte, pubblico ministero a Bergamo. Il generale e il magistrato furono accusati di avere dato carta bianca alle spregiudicatezze del Ros, per frenesia di gloria mediatica e di avanzamenti di carriera.
Stavano così, le cose, dottor Conte? Davvero lei chiudeva un occhio, perché poi la gloria delle retate era anche sua? «Io decidevo sulla base della realtà che mi veniva rappresentata. E, come ho dimostrato, nulla in quelle versioni autorizzava a dubitare, a sospettare. Tant'è vero che quando sulla base di relazioni di quei carabinieri dovettero decidere altri miei colleghi, le presero per attendibili anche loro. E non si scordi che in quegli anni ero applicato alla Procura antimafia di Palermo, andavo e venivo dalla Sicilia: la mia sede era Bergamo, ma la mia attenzione era anche su altro».
L'universo in cui nasce e cresce l'accusa contro Mario Conte è quello oscuro ed incerto delle operazioni antidroga, degli infiltrati, dei carichi di cocaina seguiti passo per passo. Il mondo dei film americani, ma che in Italia arriva solo vent'anni fa, con la legge del 1990. «Le accuse contro di me partono dal 1991, quando ancora non c'era una giurisprudenza, una interpretazione attendibile della legge: che di punti oscuri ne aveva tanti, e infatti nel 2006 e nel 2011 sono state necessarie altre due leggi che rendessero più chiaro fin dove ci si può spingere, e dove no».
I carabinieri del Ros di Bergamo e il generale Ganzer sono stati processati a parte, e condannati pesantemente: quattordici anni per Ganzer. Non si spaventò quando arrivarono quelle condanne? Non pensò che avrebbe fatto anche lei la stessa fine? «La mia posizione processuale era diversa, e questo mi ha aiutato a continuare ad avere fiducia. Ai giudici ho portato non i miei convincimenti, non le mie proteste di innocenza, ma la prova concreta che non avevo nessun elemento per sapere cosa accadeva in realtà».
Accanto, fino alla fine, Conte ha avuto i suoi legali, Angelo Giarda e Glauco Gasperini. Ma la sua vita e la sua carriera sono state travolte da un processo che, da un certo punto in avanti, nessuno più voleva fare, quasi che ne scottasse la paternità: trasferito da Brescia a Milano, da Milano spedito a Bologna, da lì a Torino, poi ancora Bologna fin quando la Cassazione lo assegna definitivamente a Milano. E qui i suoi due tronconi si trascinano per anni e anni, due dibattimenti infiniti e quasi surreali. Intanto Mario Conte si ammala, combatte, guarisce, chiede e ottiene di andare a fare il giudice civile. Nelle aule, si cerca con fatica di ricostruire i dettagli di operazioni antidroga dai nomi misteriosi («Cedro»; «Lido, «Shipping») perse nelle brume degli anni Novanta e in quel mondo grigio di soffiate, confidenti, trappole dove tirare la linea di confine è maledettamente difficile.
Oggi Mario Conte vuole solo tornare a vivere e lavorare in pace. Dell'incubo di essere un giudice accusato ingiustamente da altri giudici dice solo: «Mi sono difeso e ho vinto». Ma se gli si chiede: crede che tutti coloro che l'hanno accusata in questi anni fossero in buona fede?, replica: «A questa domanda non voglio dare una risposta». Come è stato in questi anni lavorare nello stesso ambiente, a volte negli stessi palazzi, dei colleghi che la accusavano? «Non voglio dire una cosa retorica, ma io ho la coscienza a posto. Mi auguro che altri possano dire la stessa cosa di se stessi».