Ior, gli armatori D'Amico: «Quei soldi non sono nostri»

«I soldi di cui si parla, 20 milioni o 40 milioni di euro, non sono i nostri». Questo il senso di quanto sostenuto dagli armatori Paolo e Cesare D'Amico nel corso degli interrogatori che si sono svolti negli uffici della procura di Roma nell'ambito dell'inchiesta per corruzione che ha portato, venerdì scorso, all'arresto di Monsignor Nunzio Scarano, dell'ex 007 Giovanni Zito e del broker finanziario Giovanni Carenzio, accusati di aver tentato di portare 20 milioni di euro dalla Svizzera. Paolo e Cesare D'Amico, entrambi indagati per evasione fiscale, sono stati ascoltati per quattro ore dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dai sostituti Stefano Rocco Fava e Stefano Pesci. Assistiti dagli avvocati Antonio Fiorella e Vincenzo Crupi gli armatori campani hanno «categoricamente escluso la proprietà dei 20 milioni di euro» di cui si parla nell'ordinanza di arresto che ha portato in carcere il responsabile contabile dell'amministrazione del patrimonio della sede apostolica, Nunzio Scarano. Sia Paolo che Cesare D'Amico hanno confermato agli inquirenti l'antica conoscenza con Nunzio Scarano dovuta al legame del presule con il capostipite Giuseppe. Ai pubblici ministeri gli armatori campani hanno sottolineato di aver fatto negli anni «tanta beneficenza» tramite monsignor Scarano. Beneficenza che a Salerno, città di origine dello stesso Scarano, ha permesso di costruire la casa degli anziani e un campo di calcio per i sacerdoti. Lunedì scorso Nunzio Scarano, ascoltato dal gip Barbara Callari per l'interrogatorio di garanzia nel carcere di regina coeli, ha invece precisato di aver fatto da intermediario solo per fare un favore alla famiglia D'Amico. Intanto la Procura di Roma va verso una richiesta di archiviazione per la posizione dell'ex presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, che era coinvolto in una inchiesta riguardante la movimentazione di 23 milioni e la violazione delle norme contro il riciclaggio. Per la medesima vicenda gli inquirenti hanno depositato gli atti nei confronti di Paolo Cipriani e Massimo Tulli, direttore e vice direttore della banca vaticana che proprio ieri hanno lasciato le rispettive cariche. Ai due manager, in sostanza, si contesta di aver avallato operazioni finanziarie illecite. Per i magistrati lo Ior avrebbe contravvenuto agli obblighi previsti dalle norme antiriciclaggio.,