Un istrione nemico del buon senso

Piero Pelù per carità: guai a chi lo tocca come cantante. Un punto di riferimento del rock italiano da trent'anni, lui così ruvido, zingaro, incontrollabile sul palco. Fiorentino talmente spigoloso che già da ragazzino la violenza del punk gli sembrava fin troppo accondiscendente. Avesse saputo poi. Con i Litfiba ha traghettato il neonato rock italiano dalle cantine alle classifiche, ha venduto un milione di copie solo con il disco Infinito del 1999, è diventato un simbolo del cantare intonato ma guascone, potente eppure mediterraneo. Un rocker di ferro. Ma un guru di latta. Lasciatelo cantare e pazienza se nelle pause qualche volta stecca. Gli capita. Ad esempio nel 1993, anche lì durante il Concertone del Primo Maggio evidentemente una delle platee che lo stuzzicano di più, ha attaccato pure Giovanni Paolo II (responsabile di interessarsi troppo al sesso, proprio così): con Sinead O'Connor è quindi una delle poche popstar anti Wojtyla, a suo modo un record anche questo, visto che pure Bob Dylan omaggiò il Papa. In ogni caso, per chiarirci, Pelù ha attaccato quasi tutti, persino Jovanotti con il quale (e con Ligabue) ha registrato il supermegasuccesso Il mio nome è mai più nel 1999 contro la guerra nella ex Jugoslavia: «Da D'Alema a Veltroni fino a Renzi, salta sul carro dei politici che ci sfruttano».
Pelù non lo ferma nessuno, neanche il buon senso. S'è innamorato del rock a dieci anni, quindi sono quarantadue che lo mastica (prima passione per Paranoid dei Black Sabbath, non proprio robetta leggera) e dall'album Desaparecido del 1985 è entrato nell'Olimpo di chi all'apparenza non scendeva a compromessi: dischi, concerti e via andare, nessun passo indietro, «no remorse no repent» come dicevano i duri e puri della Bay Area a San Francisco. Nessun rimorso, nessun rimpianto: solo volume alto e (presunte) verità urlate. Per farla breve, un tipino difficile da controllare che ha mescolato buona musica con impennate talvolta poco coerenti. Tenete, per favore, la musica separata dalle opinioni.
Dopo quasi vent'anni di storia (e brani memorabili come Cangaceiro, Siamo umani, Proibito, El diablo) i Litfiba sono esplosi dopo voci smentite e controvoci poi confermate. E al Monza Rock Festival del 1999, caldo e pioggia tremendi, il loro ultimo show è stato una sorta di psicodramma collettivo che sembrava segnare la fine di un'epoca.
In realtà dieci anni dopo Pelù è tornato a cantare nei Litfiba di fianco al suo «partner in crime» Ghigo Renzulli, chitarrista molto legato alla tradizione rock e hard rock, a metà tra la Fender di Ritchie Blackmore dei Deep Purple e la Gibson di John Cipollina dei Quicksilver Messenger Service. Andata e ritorno. Annunci e smentite. Da tanti anni, con un vigoroso crescendo, Piero Pelù se le gioca con la sua abilità da istrione, ed è bravissimo come quando in scena, mentre le luci ricamano le teste del pubblico, inizia a scorrazzare con i suoi j'accuse che valgono l'applauso per la passione ma spesso è meglio non analizzare troppo a fondo. In fondo è il bello di questo rockettaro che fa di tutto per non esser preso sul serio. Nel 2011, parlando a Vanity Fair, ha detto, papale papale, che «il talent show nasce dalla televisione e, in quanto tale, è già falso». Due anni dopo era nel cast di un talent show, The Voice su Raidue, al fianco di un mito della televisione (quindi, rebus sic stantibus, della falsità) come Raffaella Carrà. Perciò Piero Pelù è il rocker delle convergenze parallele: quando canta (o anche, perché no, quando giudica in tv) tanto di cappello. Ma quando esterna, beh, spesso è il momento di andare al bar.