L’arma della privacy che ferisce i cittadini

Il paradosso nell’era della comunicazione:
l’anonimato è garantito solamente al molestatore
telefonico, mentre chi riceve le chiamate non può
fare altro che armarsi di santa pazienza<br />

«Numero privato» un corno! Se bussi alla mia porta per entrare, primati fai riconoscere. Che cos’è questa storia per cui Telecom oscura sul display del telefono l’utenza del chiamante? «È la privacy, bellezza, e tu non puoi farci niente», ti rispondono. Appunto, se vìoli la mia privacy, ho diritto di sapere chi sei. Macché, in Italia le leggi funzionano all’incontrario: la garanzia dell’anonimato è offerta al molestatore. E il molestato si gratti. Ecco come va a finire. Tre settimane fa ricevo sul numero di casa una chiamata anonima. L’operatrice di un call center vuol parlare di mirabolanti offerte finanziarie con mia moglie, in quel momento assente.

Insiste: «A che ora posso trovarla?». Taglio corto: la signora non è interessata, si fidi, la conosco bene. Da quel momento il «numero privato» chiama a ore fisse e subito riattacca, esclusi i festivi, quando evidentemente la persecutrice non lavora. Responso della Telecom: «Deve pazientare, di solito si stufano. Semmai le cambieremo il numero». Grazie tante. Finirà che dovrò rivolgermi alla magistratura, con tutto quello che ha da fare. Siamo l’unico Paese al mondo che ha trasformato la privacy in un feticcio a cui prosternarsi. Il cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal stava sull’elenco telefonico (m’è rimasto il numero nell’agenda: 0043.222.5350397).Idem la mamma di Silvio Berlusconi, Rosa Bossi, scomparsa di recente. La casa di vacanza del presidente della Rai, Claudio Petruccioli, è rintracciabile sulle Pagine bianche. Renato Farina viaggia con la scorta ma, grazie al 1254, lui e i suoi familiari sono raggiungibili da chiunque nell’intimità domestica, come comprovano le minacce di morte recapitate a domicilio dal Fronte rivoluzionario per il comunismo.

Che avranno mai di tanto importante da occultare gli altri 57 milioni d’italiani? Qualcosa che gli preme più della loro stessa vita? Il dirigente scolastico di un istituto alberghiero della mia città ha deciso, in ossequio alla legge sulla privacy, che al compimento del 18˚ anno di età lo studente possa rifiutarsi di mostrare la pagella in famiglia; 20 allievi su 100 hanno optato per i rapporti autogestiti: ai colloqui con i professori andranno loro, anziché i genitori che li mantengono. «Credo che ci sia stato eccesso di zelo burocratico», ha commentato al riguardo Stefano Rodotà, dal 1997 al 2005 garante per la protezione dei dati personali in quota Ds, «padre del pensiero che ha dato origine all’ossessione italiana per la privacy» (Catalogo dei viventi, Marsilio). Alla buonora. Vogliamo dare un’occhiata adalcuni provvedimenti adottati dall’Authority nel periodo in cui era presieduta dal professor Rodotà?

Gli istituti di previdenza non devono utilizzare la dicitura «pignoramento» sul cedolino della pensione (è disonorevole per il debitore). Non si può scrivere «bambino adottato» senza il consenso dei genitori (nel caso che costoro siano di pelle bianca e ilpiccolo sia di colore, magari resterà un margine d’incertezza sui costumi della madre, ma fa niente). Le foto scattate a fini di interventi chirurgici sono dati personali (provvedimento su ricorso di una giovane donna che aveva subìto tre operazioni al seno per l’impianto di protesi e voleva di ritorno le foto delle tette rifatte che il chirurgo plastico le aveva scattato col suo consenso: panico nell’archivio di Novella 2000). La raccolta differenziata dei rifiuti mediante sacchetti trasparenti lede la riservatezza dei cittadini, inquanto «bollette, estratti conto e lettere d’amore non devono finire nelle mani dichiunque» (le Giuliette e i Romei che vivono nel Napoletano sono avvertiti). Vietato diffondere la notizia che una donna è morta per la malattia di Creutzfeldt-Jakob, il cosiddetto morbo della «mucca pazza» (e perché allora i morti ammazzati, i suicidi, le vittime di incidenti stradali, gli intossicati dai funghi finiscono sui giornali? Il Parkinson di Karol Wojtyla e l’Alzheimer di Ronald Reagan, su cui s’è ricamato per anni, erano forse patologie trascurabili?).

È ancora vivo il ricordo dello zelo selettivo dispiegato dall’Authority, ora presieduta da Francesco Pizzetti, il 14 marzo dell’anno scorso,quando Il Giornale pubblicò il nome - che era sulla bocca di tutti, ma che nessuno aveva il coraggio di scrivere - di Silvio Sircana, protagonista notturno di un incontro ravvicinato del terzo tipo sui viali del vizio: il giorno 15 il garante per la privacy era già intervenuto. Stupisce che nell’occasione non sia stata censurata anche la notizia che il portavoce di Romano Prodi era finito per il dispiacere al Policlinico Gemelli in preda a colica addominale: i dolori crampiformi non rientrano fra i dati sensibili? È applicando alla lettera le disposizioni talebane sulla privacy che l’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni s’è sentita in dovere di non rendere noti i nomi dei dirigenti medici prescelti per il dipartimento di chirurgia: voleva garantire la tranquillità dei diretti interessati.

Qualche giorno fa gli addetti allo sportello di una Ulss veneta si sono rifiutati di consegnare il referto dell’esame istologico a un chirurgo del loro stesso ospedale che mi aveva prelevato un lembo di epitelio. Vivaddio, almeno il medico avrà ben diritto di sapere se il paziente è malato o no? No, i dati sensibili si comunicano solo al diretto interessato, come se io m’intendessi di actinina Ml, Cd31 e podoplanina. Persino lo studioso della «società liquida», Zygmunt Bauman, mette in guardia dall’eccesso di privacy che può sconfinare nell’isolamento. Siamo arrivati all’assurdo per cui gli occhiuti ispettori del Garante sono piombati nell’obitorio di un Comune della Toscana per far rimuovere le telecamere che erano state installate nelle camere ardenti in seguito ad alcune profanazioni di salme. «Il sistema di videosorveglianza non era segnalato ai cittadini mediante le informative necessarie previste dal codice in materia di protezione dei dati personali», hanno verbalizzato con involontario senso dell’umorismo.

Non è forse lo stesso espediente usato dalla polizia per scoprire 17dipendenti del centro di smistamento postale di Peschiera Borromeo (Milano) che, nascondendosi nei cessi, aprendo i plichi e gettando gli involucri nei water, in quattro anni avevano rubato denaro e oggetti di valore per un milione di euro? Non avevanodiritto all’intimità i lavoratori onesti che hanno frequentato quelle toilette, ignari del fatto che le telecamere nascoste dagli agenti nel soffitto li riprendevano durante l’espletamento delle funzioni corporali?

Tutto questo avvienementre i nostri figli inondano Youtube, Myspace, Facebook, Splinder, Netlog e migliaia di altri siti condettagli personali, indirizzi, numeri di cellulare, foto, video, tanto che l’Information commissioner’s office, l’Autorità britannica per la protezione dei dati individuali, prevede che il futuro di ben 4,5 milioni di minorenni inglesi sarà compromesso dalle tracce che hanno allegramente lasciato su Internet. Impronte elettroniche permanenti che non solo i malintenzionati, ma anche un numero crescente di aziende e università, utilizzano come strumento per ottenere informazioni e selezionare i candidati. Il 60% dei ragazzi che naviga sul Web è solito rivelare la data di nascita, il 25% il tipo di attività svolto e quasi il 10% l’indirizzo di casa. Ma il bello è che il 75% di loro non è per nulla preoccupato dal fatto che il profilo pubblico possa essere visto da estranei, anzi.

Se tutto questo accade nel sobrio e appartato Regno Unito, ora capite meglio perché pretendere d’infilare la camicia di forza della privacy al Paese delle portinaie e del Grande fratello non è solo grottesco: è inutile.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it