«L'abbiamo strangolato perchè voleva violentarci»

C'è qualcosa di troppo. Due ragazzine quindicenni subiscono un tentativo di stupro da parte di un conoscente, si ribellano e lo strangolano. Scacco matto al mostro. Potrebbe essere andata così, o forse no, certo gli investigatori di Udine sono alle prese con un vero e proprio rompicapo. Una tragedia che in prima battuta avrebbe una spiegazione logica, quasi da film: le vittime che uccidono il loro carnefice. E però la storia, così come l'hanno raccontata le due amiche, non gira o gira a fatica. E il procuratore capo di Udine Antonio Biancardi si affretta a dichiarare alle telecamere: «Non escludo nulla, neppure che in questa vicenda siano coinvolte persone maggiorenni». E allora?
Il punto di partenza è un campo alla periferia della città: qui domenica pomeriggio, fra le 14.30 e le 14.45, un passante e poi un'altra persona vedono un'auto ferma e contano tre persone. Intorno alle 15.30 scatta l'allarme: c'è un morto adagiato sulla terra, con i pantaloni abbassati. Si chiamava Mirco Sacher, ex ferroviere in pensione di 67 anni, incensurato, mai un problema con la giustizia. Strano. E infatti le due giovani, studentesse, provenienti da famiglie normalissime, senza fondali torbidi da scandagliare, gli avevano chiesto un passaggio per andare in centro. Si scopre che Sacher era amico di famiglia di una delle due. E però nel prato ai bordi della città sarebbe scattata l'aggressione. Possibile che la amiche, invece di darsi alla fuga, l'abbiano addirittura sopraffatto e strangolato? Dai primi rilievi, altri dubbi in un susseguirsi di punti interrogativi, non ci sarebbero tracce di soffocamento. Dunque, prudenza e pazienza, in attesa di esami più approfonditi.
In ogni caso il lungo pomeriggio delle fanciulle dev'essere studiato con attenzione: ammazzano il presunto violentatore, che all'improvviso aveva sterzato e portato l'auto in una zona poco frequentata, rubano addirittura la sua macchina e cominciano una lunga gimcana attraverso il Nordest italiano. Intorno alle 17, in effetti, la Punto bianca di Sacher transita, come dimostrano i tabulati, al casello di Udine sud. E anche questa pare un'anomalia perchè c'è un lungo buco temporale, due ore o quasi, che non si sa come colmare. Poi l'auto percorre la A4 fino a un'area di servizio nei pressi di Padova dove finalmente le studentesse si fermano, telefonano ad alcuni amici di Pordenone che vengono a prelevarle e in piena notte le accompagnano in questura. È tutto sproporzionato, è tutto eccessivo, è tutto troppo complicato. E non è detto che la cornice sia quella giusta. Anche se ci muoviamo dentro un quadro di orrore che giustifica reazioni scomposte.
Le domande si affollano: c'erano davvero loro e solo loro su quella macchina in fuga o qualcun altro era alla guida della Punto? E che significato ha il viaggio intrapreso? Può essere che la spiegazione stia nella paura, nel tormento, nello spavento di quei momenti terribili. O forse, si può immaginare un altro scenario, ancora più tenebroso. Oppure, si può scavare nella terra di mezzo, cercando una sorta di soluzione intermedia, come ricorda lo stesso Biancardi. Il magistrato, che si muove d'intesa con la procura dei minori, non esclude neppure la morte naturale: l'aggressione, la reazione disperata e vincente, il malore fatale dell'uomo che pensava di aver vita facile, anche se è proprio il pm il primo a spargere scetticismo: «Non credo a questa ipotesi ma può essere», col cuore che va in tilt. In ogni caso il curriculum cristallino di Sacher non aiuta e neppure il suo profilo di uomo timido, riservato, solitario.
Le ragazze, ora in stato di fermo, parlano di «legittima difesa». E aggiungono che lui si era offerto spesso di accompagnarle in centro. Un tragitto breve, poco più di un chilometro, che ora è l'epicentro del giallo di Udine: Davide, sempre che sia andata così, che abbatte Golia con la fionda della sua innocenza.