Lady Benigni, schianto con l'autista filippino

Premessa: ne parliamo con leggerezza solo ed esclusivamente perché non è successo nulla di grave. Qualche contusione, molto spavento, l'intervento dei medici e naturalmente parecchia curiosità su tutta la vicenda. Soprattutto su un misterioso factotum che in quel momento si trovava in compagnia della protagonista della vicenda e che anzi, a voler ben vedere, è stato il protagonista della vicenda, visto che era al volante.
Allora, è successo questo: lunedì Nicoletta Braschi, moglie di Roberto Benigni, stava tornando a Cesena, più precisamente a Diolaguardia (dove con Roberto ha una casa da molti anni essendo lei originaria del luogo) dopo essere stata a Cesenatico per una fugace visita al nipotino. A guidare la macchina, il domestico-autista di origini filippine che, per colpa di un impertinente raggio di sole che lo ha accecato qualche istante, in via Fiorenzuola, ha sbandato ed è finito contro un palo della luce. Seduta dietro, e senza cintura di sicurezza, la signora Nicoletta Braschi, appunto, che è andata a sbattere. Un colpo in faccia, il ricovero al reparto di chirurgia maxillo facciale del Bufalini di Cesena, qualche intervento al volto, poi le dimissioni, ieri dopo i trenta giorni di prognosi annunciati. E dopo una visita premurosa e urgente del marito premio Oscar il quale, appena appresa la notizia, si è fiondato al «capezzale» della pallida consorte per coccolarla e rassicurarla.
Nicoletta era «a casa sua», che è poi, di norma, dove ti aspettano i tuoi parenti più stretti e il medico di base. Era dove vivono sua madre e i suoi fratelli. Ed era andata a far visita al nipote su quella Golf incandescente (sotto la calura di luglio) guidata dal fedele filippino. Rilassata, inorgoglita come tutte le star che fanno ritorno al paesello, probabilmente distratta. Per questo, forse, non ha avuto i riflessi troppo pronti quando il fidato di casa ha stretto gli occhi, si è parato il volto con il gomito e ha deviato dal percorso consueto. Pochi attimi e l'impatto contro il palo. Fumo, motore spento, un graffio importante al volto e un sacco di scocciature con la stampa. Tanto che il nome del filippino non viene riportato in agenzia, la signora Braschi viene protetta da riguardoso silenzio, la notizia appare solo a due giorni dal fatto.
Nicoletta come Daisy (quella di A spasso con...), lei con l'autista filippino, l'altra con il paziente, empatico Morgan Freeman, nero in un'epoca in cui i neri venivano fatti tali dal pregiudizio della gente. E dire che Nicoletta ha preso la patente a diciannove anni (lei è del 1960, l'abilità alla guida del 1979) ed è tutt'ora immacolata con ventotto, invidiabili punti. Solo che l'altro giorno, e forse non solo l'altro giorno, a riaccompagnare a casa la moglie del beniamino dei valori semplici, del folletto della frugalità, c'era il filippino. C'era lui a scorrazzarla da una visita all'altra, dopo la gita famigliare. Evidentemente senza occhiali da sole e con le iridi fragili. A lui sette giorni di prognosi e l'anonimato (o quasi) garantito dalle agenzie di stampa. Un mese di medicazioni a lei, la fatina eterea dell'uomo che pensa che La vita è bella, che parla a singhiozzo per incorniciare le battute pregnanti dei film importanti. Le battute con dentro il cuore e la morale, e le cose semplici, che poi sono le migliori se davvero si vuole, si è capaci di vivere bene, senza fronzoli e tentazioni. Lei, la dea struccata del piccolo mondo antico, quella che recita a copione una logica parallela, fatta di lampi e intuizioni e ragionamenti puri che scavallano il banale a faticano a farsi seguire dai mediocri. Lei con la faccia perennemente allampanata che si danna e non comprende e dissente da certi umani, puerili ragionamenti.
Chissà cosa stava dicendo al filippino (e come) mentre quello l'ha portata a sbattere contro la realtà.