l'analisi 2 Così via Nazionale non insegue il carro di Renzi

di Le «Considerazioni finali» del governatore di Bankitalia non sono state renziane. Visto il clima che vive la società italiana, specie dopo le elezioni europee, è già questa una notiziola. Ben più entusiasta dell'azione del governo, per esempio, è stata la relazione dell'altro ieri del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi. Ignazio Visco invece è stato cauto. Vuoi per indole, vuoi per stretta osservanza del ruolo di banchiere centrale, non ha fatto invasioni di campo. Al punto da non citare nemmeno una volta il concetto di «stabilità politica» che pure i suoi tecnici ed economisti sanno bene essere strettamente correlata con la crescita. Ma che, evocata oggi, dopo il 40% del Pd, poteva assumere significati politici troppo precisi.
«La chiave - ha detto Visco - è l'aumento degli investimenti fissi, che sono la cerniera tra domanda e offerta». Non solo domanda, quindi, facilmente riconducibile ai consumi e agli 80 euro del premier. Ma anche offerta, cioè condizioni più favorevoli per lavoro e produzione. E non prima l'una o l'altra, ma entrambe e presto, perché il momento è favorevole. E ognuno deve fare la sua parte. Il governo diventi credibile sulle riforme per «cambiare il corso delle aspettative»; le imprese della Confindustria renziana riflettano sul fatto che dipendono dal credito per il 64% dei loro debiti, contro una media euro del 46%, risultando sottocapitalizzate per 200 miliardi; le banche tornino a fare credito.
Piuttosto, e come è logico che sia, è su questo ultimo punto che Visco ha preso le posizioni più nette. Cioè quello che a ben vedere è il suo: «I nostri interventi sono stati talora accolti da critiche aspre», ha detto il governatore, riferendosi alla raffica di ispezioni - 340 le visite nelle banche dei poliziotti di Palazzo Koch nell'ultimo biennio, con 63 casi di «gravi carenze» e 45 da «rilievo penale» - per fermare la corsa dei prestiti facili e frenare l'esplosione delle sofferenze. Agli azionisti delle banche sono stati imposti 11 miliardi di ricapitalizzazioni solo nei primi 5 mesi di quest'anno, dopo che dal 2008 ne avevano già sborsati altri 60. Ovvio che non abbiano fatto i salti di gioia. Molti, come le fondazioni di Siena e Genova, sono addirittura spariti, o quasi. E con loro i molti manager compiacenti. Non a caso il governatore è tornato a chiedere il potere di rimuovere i manager quando necessario, come prevede una direttiva europea non ancora recepita. Ecco, magari di questo Bankitalia potrà ringraziare il governo, l'anno prossimo. Per ora non c'è ancora niente da festeggiare