L'assurda democrazia del primo che passa

La cuoca di Lenin. Ma certo, come non averci pensato prima, è tutto così semplice, così naturalmente democratico, l'idea non di un Paese, ma di un gigantesco condominio dove si risparmia sulla luce, ci si muove in bicicletta, si pratica una piacevole autarchia e per guidare il governo, o per rappresentarlo al suo vertice istituzionale, è sufficiente, appunto, una collaboratrice domestica... Milena Gabanelli, ideale presidente della Repubblica per i grillini on line non se la prenda a male... È brava nel suo mestiere, si sa, ma nell'ottica della semplicità come in quella della eventuale competenza al ruolo, vale quanto il mio portiere. Se si vuole, colf e portieri a parte, il modello è una sorta di Islanda, con rispetto parlando, del Mediterraneo, non fosse che per abitanti, tutta l'Islanda sta dentro Catania e che per storia pregressa, luci e ombre, splendori e miserie, grandezze, mania di grandezza e disastri, l'Italia non è l'Islanda e, sempre con rispetto parlando, preferisco fallire come italiano che riuscire come islandese.
La fine della politica è anche questo, il rimodellamento della democrazia dal basso, senza filtri né ordinamenti, fiduciosi nelle virtù salvifiche e assembleari della Rete, minoranza che si finge maggioranza, va da sé; la fine, dico, come idea, come guida, come scopo ultimo di una comunità nazionale. È la rinuncia a selezionare e a crescere, a sperimentare la crisi (...)

(...) e il conflitto. Non è la cura, ma un altro modo di manifestarsi della malattia in un Paese che da anni ormai naviga a vista, non sapendo più da dove è partito né a quale porto dovrebbe attraccare.
La fine della politica è però anche questo. Dopo aver avuto un sistema bloccato nel nome di un'impossibile alternanza, abbiamo messo su un finto maggioritario nel quale coalizzarsi era la condizione necessaria per vincere, ma non sufficiente per governare. Nella difficoltà a costruire un vero bipolarismo, con i due più grandi partiti che insieme non facevano la metà del corpo elettorale, ne abbiamo impiantato uno artificiale che si portava con sé i difetti, ma non i pregi, di quello proporzionale. L'insipienza e la cecità degli attori politici hanno fatto il resto.
Il risultato è la cachistocrazia attuale da un lato, ovvero il governo dei peggiori, la république des camarades, la repubblica dei compari, dall'altro, per riprendere il titolo di un celebre pamphlet di Robert de Jouvenel targato anni Trenta... Questo miscuglio di antico e moderno non deve sorprendere. La fine del Novecento si è portata con sé anche la fine della forma-partito che aveva tenuto a battesimo: militanti, gruppo dirigente e quadri intermedi fusi insieme in un sistema oligarchico onnivoro e però autosufficiente, sulla falsariga di quello industriale che economicamente gli era cresciuto a fianco e che a sua volta con il Novecento si è inabissato. Il post-fordismo non ha riguardato soltanto la fabbrica, ma al posto di de-localizzare, ridurre, tagliare e concentrare, il sistema dei partiti si è mosso, nella sua totalità, in una logica in cui il militantismo che scompariva di pari passo con il venir meno delle fedi politiche, veniva sostituito da un professionismo remunerato, gente che non viveva weberianamente per la politica, ma, più semplicemente, di politica. Tutto ciò reso possibile da un accordo di vertice, i camarades-compagni della repubblica parlamentare, responsabili di un finanziamento pubblico mascherato da rimborso elettorale che è un unicum nell'ordinamento democratico europeo: non legato cioè alle spese sostenute o ai voti ottenuti, ma al numero degli aventi diritto al voto, del corpo elettorale insomma. I Lusi, i Fiorito eccetera vengono da qui, partiti che incassano molto di più di quello che spendono e che capitalizzano ciò che non è loro. La cachistocrazia sostituisce la passione politica con l'interesse economico e il controllo delle risorse, il compagnonnage assicura la tenuta...
È da qui che bisognerebbe ripartire, da una nuova legittimità, da un nuovo mito fondante, non dalla seduzione superficiale di chi, coniugando la tecnologia all'individualismo, si illude da monade di essere massa, dà libero sfogo a invettive e recriminazioni scambiate per pensiero e si condanna a una virtualità travestita da esperienza, pietosa nei suoi effetti pratici quanto esaltante nella assoluta mancanza di freni inibitori, paradigma di quel populismo politico dove tutto è semplice, è terra terra, sanamente volgare, dal linguaggio alla soluzione dei problemi, una sorta di gara di rutto libero...
L'ossessione per il controllo e la trasparenza aggiungono a tutto ciò un retrogusto vagamente totalitario, l'idea di un esercito telematico di guardiani-guardoni della virtù pronto alla denuncia-gogna del reprobo, la sindrome del rivoluzionarismo irresponsabile e immobile degli italiani, il suo progressismo generico e intollerante, il suo esasperato atteggiamento moralistico, la retorica demo-qualunquista fatta di presa diretta con la «gente», di collegamenti con le piazze, di mitologie sul comune cittadino, di appelli, di marce, di firme, di petizioni...
Non bisogna illudersi più di tanto su un Paese reale che si contrappone a quello legale, una «società civile» opposta e contraria a quella «politica». Sono gli italiani, siamo noi italiani, il problema.

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di Stenio Solinas