La Lega e il passaggio a Nord Est: ora il Veneto controlla il partito

MilanoDiceva l’altro giorno ad Assago il governatore veneto Luca Zaia che «la Lega non ha più bisogno di effetti annunci: quando partiamo per una battaglia dobbiamo portarla a casa». Lo stesso ragionamento faceva ieri Gian Paolo Gobbo, ex leader della Liga veneta e «pesante» sindaco di Treviso: «Da qui in poi dovremo darci obiettivi più concreti e a breve termine, per portare a casa risultati e far vedere cambiamenti». Parola d’ordine pragmatismo insomma, arte in cui i veneti, leghisti e non, eccellono. Eccola la nuova Lega: lombardocentrica finché a tenerla unita era Umberto Bossi, varesotto che guardava a Nord Ovest, ora ha il suo nuovo baricentro a Est.
I numeri del nuovo consiglio federale parlano da sé, e dicono che il Veneto è il nuovo azionista di maggioranza, dopo anni di rivendicazioni all’urlo di: «Sono i nostri voti a tener su la Lega». Seduti al tavolo di comando ci sono 4 veneti su 13: Manuela Dal Lago, Massimo Bitonci, Daniele Stival e Marino Finozzi. Ma anche il sindaco di Verona Flavio Tosi, in quanto segretario «nazionale» della Liga. E i due capigruppo di Camera e Senato, Giampaolo Dozzo e Federico Bricolo: entrambi veneti, hanno già dimostrato di essere protagonisti del nuovo corso. Il primo annunciando dal palco del Congresso che «i deputati sono pronti a lasciare Roma in qualsiasi momento». Il secondo portando a casa il Senato federale con un rinnovato asse col Pdl. Per rendere le proporzioni: il Piemonte, oltre al governatore Roberto Cota, avrà due soli consiglieri. Senza contare che anche il vice di Maroni sarà veneto.
E più dei numeri possono i volti. Quello che Tosi ha messo a disposizione della rivoluzione maroniana, sfidando per primo la leadership di Bossi con la lista civica che alle ultime amministrative lo ha portato alla vittoria a Verona mentre il Carroccio finiva fuori strada soprattutto in Piemonte e in Lombardia. E quello di Zaia, che al congresso ha dato prova di essere il nuovo «Doge» leghista. Un discorso al «caro Bobo» nel quale ha di fatto dettato la linea al partito. Fissando la strategia «del tombino», e cioè delle battaglie spicciole dall’immigrazione al lavoro alla lotta agli sprechi. E indicando il nuovo orizzonte: «A chi parla con Roma, diciamo che noi parliamo già con Carinzia, Slovenia, Baviera, che hanno cominciato prima di noi a parlare di federalismo».
Non che anche in Veneto siano rose e fiori: «Eravamo al 35%, ora i sondaggi ci danno al 19 - dice un dirigente del partito -. Dobbiamo recuperare il rapporto con un elettorato, operaio e dei ceti produttivi, deluso e disperso». Ma è chiaro che «non ci sarà più via Bellerio che decide tutto», anche perché è proprio da lì, dalla Lombardia, che è partito l’uragano giudiziario che ha travolti tutti. Del resto è solo dal Veneto che si può ripartire. Se in Lombardia tocca ricostruire sulle macerie della guerra fratricida degli ultimi mesi, in Piemonte Cota si ritrova isolato: al congresso ha giurato fedeltà «all’esercito di Maroni», ma i maroniani più radicali ci vedono solo un’operazione di riposizionamento dopo il «collaborazionismo» con l’odiato «Cerchio magico», e gli contestano una debolezza anche sul governo del territorio che non gli renderà la vita facile nei prossimi mesi.
Vista da qui, l’operazione lascia intravedere una segreteria a tempo per Maroni, che punta al Pirellone. E una nuova Lega affidata magari a un veneto, anche se Bobo al congresso ha indicato nel segretario lombardo Matteo Salvini il suo successore. Non ci sarà competizione, giurano i tosiani: «La nave ha molte falle: o remiamo uniti o andrà a fondo».
Ma il primo scoglio è già in vista, ed è la partita del numero due di Maroni. L’area di Gobbo, che al congresso della Liga si schierò con Bitonci e contro Tosi strappando il 42%, spera in un vice «di minoranza»: «Chi vince deve saper tenere insieme tutti, o i mal di pancia aumentano». Per ora, Gobbo fa il diplomatico: «Basta beghe, stiamo uniti». Ma resta agli atti una frase sibillina che Umberto Bossi ha pronunciato al congresso: «Se muore la Lega nascerà subito un’altra Lega, perché le idee camminano sulle gambe degli uomini». Chissà dove portano.