L'eremita delle macchine che salveranno il mondo

Vive assediato dalle sue 2.300 opere d'arte perché gli pare immorale venderle a migliaia di euro. "A 78 anni vorrei radunare sulle Alpi i giovani sbandati"

Si entra nell'eremo del pittore e scultore Eugenio Bolley, sulla strada che da Bardonecchia sale al Mélezet, solo dopo essersi tolti le scarpe, non tanto perché così usava fare Bolley-san quando viveva a Kawaguchi-Ko, sulle pendici del vulcano Fuji, il monte sacro dei giapponesi, quanto perché lui, il padrone di casa, dorme sul pavimento e quindi non vuole respirare di notte le porcherie che i rari ospiti gli portano nelle stanze di giorno. «Lei è il primo al quale non le faccio togliere. In segno di rispetto: viene dalla regione di Mario Rigoni Stern. Quanto mi manca! Era un fratello, per me. Mi considero il suo doppio. Come lui, che tornato a piedi dalla campagna di Russia visse sempre sull'altopiano di Asiago, non ho l'auto. Né il riscaldamento, né il boiler. Mi lavo con l'acqua fredda e ho per compagni soltanto tassi, caprioli, scoiattoli, aquile e gipeti».

L'eremo è ciò che inevitabilmente diventa un'abitazione quando non ci vive una donna, e la moglie Marilena, sposata nel 1968, se ne andò 30 anni fa dalla Val di Susa per tornare a vivere a Torino. «Siamo separati ma non divorziati, perché credo fermamente nell'indissolubilità del matrimonio. Per fortuna non abbiamo figli, che ne avrebbero sofferto, e manteniamo un rapporto bellissimo». Ora immaginate di stipare dentro una casa, per quanto ampia, oltre 2.000 dipinti e almeno 300 sculture, spesso di grandi dimensioni. Impossibile. Bolley c'è riuscito riempiendo d'arte persino il bagno. Certo, così non ha più accesso al lavabo, alla vasca, al wc e al bidè, murati fra tele numerate e imballate, ma per fortuna l'alloggio è provvisto di doppi servizi. «Tre anni fa sono venuti a trovarmi dei giapponesi. Volevano comprare tutto, in blocco. E invece io, cretino, non gli ho venduto niente, neppure un quadretto. Non so nemmeno perché. Il fatto è che sono geloso delle mie creature».
Per ammirare qualcuna delle sue opere pittoriche, tolte le poche che tiene appese alle pareti, tocca scendere in paese, al Palazzo delle Feste di Bardonecchia, dove fino al 31 agosto resterà aperta la mostra Tsunami nucleare. Omaggio alle vittime di Fukushima, patrocinata dalla Regione Piemonte e dalla Provincia di Torino. L'eremita rifugge i vernissage come la peste. Ma s'è ricordato che il 6 agosto 1987, là sul Fujiyama, da buon cristiano evangelico che dedica due ore al giorno alla lettura della Bibbia convinse il guardaboschi Susumu e sua moglie Hiromy a mettersi in ginocchio e a recitare con lui, tenendosi tutt'e tre per mano, una preghiera di suffragio per i morti della bomba atomica sganciata 42 anni prima su Hiroshima. Così oggi ha deciso di fare un'eccezione per onorare la memoria della città giapponese che nel marzo 2011 fu investita dalla catastrofe della centrale nucleare.

Bolley, 78 anni compiuti mercoledì scorso, ha sempre dipinto, fin da bambino. Decise di diventare un artista a tempo pieno l'8 aprile 1973: «Una domenica. Ero qui con pennelli e tavolozza fra le mani, quando la radio annunciò che era morto Pablo Picasso. Pensai: prendo il posto vacante». Fino a quel momento era stato prima disegnatore, poi impiegato e infine responsabile degli acquisti alla Omc di Torino. «Per la tensione nervosa tutti i giorni vomitavo nella toilette quello che avevo mangiato a mezzogiorno. Già allora Torino era talmente inquinata che non riuscivo a respirare, ero preda di afonie spaventose, restavo senza voce anche per una settimana. Mi sentivo un dipendente, dunque non un uomo propriamente libero. Il 1° luglio rassegnai le dimissioni. Avevo fatto due conti, la liquidazione mi avrebbe dato da vivere per qualche anno. Se proprio mi fosse andata male come pittore, al massimo avrei fatto il tubista, però in paradiso, a Bardonecchia».

Gli è andata bene. L'asceta che non vende le sue opere, e che si fa da solo persino le cornici col legno raccolto nei boschi, ha conquistato molti estimatori: oltre a Rigoni Stern, anche Primo Levi, Umberto Eco, Enzo Ferrari, Sergio Pininfarina, Tullio Regge, Vittorio Sgarbi, Nico Orengo, Antonio Spinosa, Giorgio Calcagno, Lorenzo Mondo, Renata Pisu. Le sue «macchine fantastiche» hanno percorso le strade del mondo: La macchina del vento s'è fermata davanti al Palazzo delle Nazioni dell'Onu a Ginevra; L'auto che non correrà mai è parcheggiata nel Palazzo della Regione a Torino, in piazza Castello; L'elicotterorosa è atterrato alla Fondazione Ferrero di Alba. Le costruisce con materiali di recupero trovati presso i rottamai: rubinetti, chiavi d'arresto, forcelle, ventole, ingranaggi, manopole, valvole, cesoie, coltelli, forchette, cucchiai, persino fischietti scartati dai treni superveloci. Dai contadini si fa dare zappe e vomeri da trasformare in corpi, becchi e ali dei galli cedroni che piacevano tanto a Rigoni Stern. «Avrei voluto chiamarli Bird, ma dopo aver letto Il bosco degli urogalli chiesi allo scrittore di Asiago se potevo battezzarli in quel modo. Mario mi definiva un pittore insonne e innamorato che aspetta il giorno per andare nei luoghi in cui gli uomini non vogliono più vivere: nelle case remote e alte sui monti dove non cresce più il frumento o giù nelle valli dove il sole arriva troppo tardi».

Poesia pura.
«Quando a 80 anni morì mia madre Candida, commentò: “S'è spenta la testa di neve”. Detto dall'autore che aveva scritto Il sergente nella neve... Insieme con Primo Levi è stato il faro della mia vita».

Come conobbe lo scrittore ebreo?
«Avevo letto tutti i suoi libri, a cominciare da Se questo è un uomo. Sapevo che la proprietaria della ditta Sagma, con la quale intrattenevo rapporti commerciali, sopravvissuta come lui a un campo di sterminio nazista, era sua amica. Le chiesi di presentarmi. Levi mi ricevette nella sua casa di Torino, al numero 75 di corso Umberto, dov'era nato e dove nel 1987 avrebbe posto fine ai suoi giorni gettandosi nella tromba delle scale. Parlammo di guerra, di lager, di arte dalle 8 di sera fino alle 4 del mattino. Non pronunciò una sola parola di vendetta».

Rimaneste in contatto?
«E come avrei potuto dimenticarmi di chi camminava al mio fianco? È questo che mi scrisse nella dedica della raccolta di poesie Ad ora incerta, pubblicata nel 1984: “A Eugenio, compagno di strada”. Tre giorni prima del suicidio mi telefonò. Io ero in partenza per il Giappone. Insistetti per mettergli a disposizione la mia casa di Bardonecchia, dov'era solito venire in villeggiatura d'estate. L'avevano appena operato alla prostata. “Ho il sistema idraulico a pezzi”, trovò la forza di scherzare. In realtà era angosciato. S'era ritrovato un campo di sterminio in casa, con la madre e la suocera malate terminali di tumore, scarnificate. So che telefonò al suo amico Elio Toaff, rabbino capo della comunità israelitica di Roma, dicendogli: “Non ce la faccio più”. La stessa cosa che ripeté a me».

Perché sua moglie l'ha lasciata?
«Qui in montagna non si trovava bene. Un giorno si ferì a un occhio e fu ricoverata per due settimane. Al termine della degenza decise di rimanere per sempre all'ospedale Maria Vittoria di Torino, coronando il suo sogno di gioventù: stare accanto ai malati come infermiera».

Che tipo d'infanzia ha avuto il bambino Bolley?
«Felice e al tempo stesso tragica. Sono cresciuto a Meana di Susa, dove vidi un manipolo di fascisti, comandati da un ufficiale tedesco, fissare una corda al balcone del municipio e passare il cappio attorno al collo di un povero ragazzo di 16 anni, Stefano Tremaioni, che invocava atterrito la sua mamma. Lo rivedo ancora penzolare nel vuoto come uno spaventapasseri disarticolato. Mio padre Eugenio, meccanico calibrista di prima categoria, era un antifascista e per questo nel 1929 perse il posto alla Fiat. Fu costretto a riparare a Gap, in Francia. Mi costruivo da solo i giocattoli, ma, se erano armi, lui me li distruggeva. Un pomeriggio tornai a casa da scuola, non trovai nulla da mangiare, la stufa era spenta. Gli corsi incontro e gli chiesi se avesse del pane. Papà non rispose. Girò solo la testa dall'altra parte per non far vedere che piangeva».

Come divenne amico di Sandro Pertini?
«Alla Fiera del Levante di Bari vide la mia firma su un manifesto. “Chi è questo Bolley?”, chiese al suo seguito. C'era con lui il ministro Guido Bodrato, piemontese, che mi conosceva. Il 9 gennaio 1983 nevicava largo come la mano. Squillò il telefono: era il capo dello Stato. “Perché non viene a trovarmi al Quirinale?”. Ci andai due settimane dopo. Gli portai in regalo un quadro, Tutti gli uomini del re, titolo inappropriato. A Pertini piacque molto. Chiacchierammo a lungo. Avrebbe voluto invitarmi a pranzo. Invece arrivò il premier Amintore Fanfani portandogli la notizia che la mafia aveva ucciso a Trapani il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto. Pertini mormorò: “Io sono il presidente dei funerali”».

Sempre stato cristiano evangelico?
«I miei avi erano protestanti inglesi che si trasferirono in Francia, da dove fuggirono alla fine del XVII secolo durante la persecuzione degli ugonotti. Fino ai 18 anni sono stato cattolico per abitudine, senza fede. Andavo in chiesa però bestemmiavo, purtroppo. L'unica volta che avrei voluto aprirmi col mio parroco, don Luigi Viberti, lui si mise a parlarmi di trigonometria. Poi conobbi il pastore evangelico Eldo Mattone, un vero uomo di Dio, e cominciai a frequentarlo e a leggere la Bibbia. Oggi senza fede sarei un disperato. Morirò con delle certezze, non con dei dubbi, come promette il capitolo 11, versetto 1, dell'Epistola agli Ebrei: “La fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono”. Dio e Gesù io non li ho mai conosciuti, ma ci credo profondamente, perché vedo in che modo operano nella mia esistenza».

Perché non vende le sue opere?
«Non mi va. Lo farei volentieri per aiutare i bisognosi. Però mi pare amorale chiedere migliaia di euro. È un inganno».

Ma di che vive, scusi?
«Ho la pensione. E per mangiar bene mi bastano 6 euro al giorno».

Un artista deve essere sempre animato da questo afflato ideale?
«Dovrebbe. Non ne ho conosciuto neppure uno che lo sia. Un noto collega è venuto a trovarmi, ha visto il quadro che Pertini aveva ammirato a Bari e mi ha chiesto: “Quanto tempo ci hai messo a farlo?”. Due settimane, ho risposto. “Tu sei pazzo. Un gallerista di Torino mi ha telefonato dicendomi che tre clienti volevano la stessa tela. Sono tornato a casa alle 20 e alle 23 ne avevo dipinte altre due uguali”. Ho aiutato un amico moldavo, rimasto paralizzato dopo un incidente, che ora si guadagna da vivere realizzando opere di un famoso scultore morto. Mercanti e critici fanno finta di niente».

È strano che fra i suoi committenti non ci sia mai stato Gianni Agnelli, noto collezionista.
«S'era innamorato di Ugo Nespolo. Eppure Nespolo è Antonio Salieri, mentre io sono Wolfgang Amadeus Mozart, lo dico senza presunzione. Infatti Mozart finì in una fossa comune, mentre herr Salieri riposa nello Zentralfriedhof di Vienna accanto a Ludwig van Beethoven».

Perché è andato ad abitare per un periodo alle falde del Fujiyama?
«Ho aderito a un invito di Tetsuro Hito, presidente dello Spazio Institute di Tokyo, una specie di Armando Testa del Sol Levante che era stato direttore della Olivetti in Giappone e che rappresentava griffe famose, come Missoni e Krizia. A Kawaguchi-Ko ho ritrovato il Piemonte della mia infanzia. Mi alzavo alle 4 del mattino e dipingevo fino a mezzanotte, senza mai fermarmi. Ho visto le farfalle che facevano la pipì, tanto erano grosse, non sto scherzando».

È pro o contro la Tav in Val di Susa?
«Sono contro le violenze dei No Tav e sto dalla parte dei poliziotti che rischiano la pelle. Comunque la mia unica ansia, arrivato a 78 anni, è la destinazione di queste 2.000 e passa opere d'arte che ho in casa».

Fosse cattolico, potrebbe lasciarle a Papa Francesco: saprebbe farne buon uso.
«Se mi chiamano a esporle in Vaticano, facciamo fifty-fifty: metà le lascio alla Chiesa e metà a Porte aperte, l'organizzazione fondata nel 1955 dall'olandese fratel Andrea, il “contrabbandiere di Dio” che diffonde la Bibbia nei Paesi comunisti e islamici dove i cristiani rischiano la morte solo per il fatto di possederne una copia».

Che cos'ha la montagna che la città non ha, paesaggio a parte?
«Il silenzio».

Se dovesse tornare a vivere a Torino, che cosa le succederebbe?
«Morirei. Come l'albero senza radici».

So che vorrebbe dedicarsi ai giovani sbandati e così salvare il mondo.
«Di più: li vorrei raccogliere tutti qui per fargli conoscere Gesù e per trasmettergli la mia arte».

(663. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it