Letta attacca i grillini, Brunetta il Colle

RomaFuori dal Senato il Cavaliere, fuori dalla coalizione Forza Italia, fuori di testa il Pd dopo la vittoria di Renzi. Quanto a Scelta Civica, spaccata tra casiniani e montiani, è ormai fuori dai giochi. In due settimane in Italia è cambiato tutto, tranne Enrico Letta che è ancora a Palazzo Chigi e vuole restarci altri 18 mesi. Ma qualcosa dev'essere successo se adesso il premier propone a Matteo e Angelino un patto tra quarantenni, se vuole sostituire le larghe intese con una piccola intesa «generazionale». Qualcosa non è più come prima se il capo dello Stato l'ha spedito davanti al Parlamento per formalizzare «la discontinuità» con un'altra fiducia, che ottiene alla fine di una lunghissima giornata. E in questo si inseriscono le critiche al Quirinale di Renato Brunetta: «Per Napolitano è una dannata moda invocare le elezioni. Ma perchè dannata? In altre realtà, come quella sovietica, le elezioni sono dannate. Non qui. Non in Italia».
Un patto, quindi. Ma il vero accordo, quello che conta, lo stringono Napolitano e Renzi proprio mentre Letta parla alla Camera e illustra l'agenda di governo per la quale, dice, «mi batterò come un leone». Oltre all'economia, le riforme, peraltro già preannunciate dal presidente della Repubblica: abolizione delle Province, riduzione del numero dei parlamentari, fine del bicameralismo perfetto, aggiustamenti al titolo V della Carta. E la legge elettorale, che dev'essere maggioritaria e «ricreare un legame con i cittadini». Nebbia fitta sul modello e vaghezza pure su chi deve occuparsene.
Il «nuovo inizio» di Letta fotografa una situazione politica ribaltata. «Quanto accaduto nel Pdl, con la divisione e la nascita del Ncd, merita rispetto. Non è un gioco delle parti, ma l'avvenimento più importante accaduto negli ultimi 20 anni della seconda Repubblica». Tutto è in movimento, dice. «C'è una nuova generazione in campo che, archiviato un ventennio di berlusconismo e antiberlusconismo, può finalmente lavorare sui suoi progetti».
Però i motivi che hanno dato vita all'esecutivo della larghe intese, sostiene, «non sono cambiati», anzi oggi più di ieri «c'è bisogno di stabilità, l'alternativa è il caos». Attacca Grillo: «Si tenta di immiserire quest'Aula con una cultura che avalla la violenza, che vuole fare macerie della democrazia, che arriva ad incitare all'insubordinazione le forze dell'ordine». Battibecca con alcuni deputati Cinque stelle sulla gogna ai giornalisti. Mostra i muscoli: «Ho la determinazione a lottare con tutto me stesso per evitare di rigettare nel marasma tutto il Paese proprio quando sta rialzandosi. L'Italia è pronta a ripartire ed è nostro obbligo generazionale aiutare a farlo». Diffonde ottimismo: «Oggi ci sono le condizioni per realizzare un patto di governo per il 2014».
Certo, il «malessere sociale esiste», non si può minimizzare. Ma i forconi non rappresentano la nazione. «Lisciare il pelo all'idea che chi rappresenta una piccola minoranza di una categoria economica possa parlare a nome di tutti, è uno stravolgimento delle regole della democrazia economica che noi non intendiamo seguire».
Tra i primi provvedimenti ipotizzati, il taglio dei costi della politica. «Troppo tempo è passato dalle proposte sull'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Completeremo definitivamente questo percorso entro l'anno con tutti gli strumenti a disposizione». Compreso il decreto legge. E poi il lavoro, con l'apertura al modello tedesco dei dipendenti-azionisti, l'istruzione, la ricerca, la lotta al debito pubblico «perché buttiamo 90 miliardi di interessi l'anno», privatizzazioni. Con l'Europa occorre «trattare per riformarla», ma niente «populismi». Critiche da Forza Italia. «Non diamo la fiducia perché vogliamo difendere l'Italia dagli ayatollah del rigore - spiega Maurizio Gasparri - e perché l'agenda di Letta gliel'hanno scritta altri».