Letta si riprende il Pd e sconfessa i renziani: niente sfiducia ad Alfano

Tra i democratici vince la linea di Epifani: "Chiedere le dimissioni del ministro sarebbe chiedere quelle di Enrico". Così il premier  la spunta nella sfida con il rottamatore

Miracolo: il Pd si compatta, e vota come un sol uomo per salvare Angelino Alfano. E stavolta, come ha avvertito il ministro Franceschini, «non saranno ammessi voti di coscienza, perché il voto è politico». Su ordine di Giorgio Napolitano, certo, ma soprattutto in odio a Matteo Renzi.
È solo la paura del sindaco di Firenze che riesce nella mission impossible di tenere insieme un partito diviso in tribù armate, sbandato sulla linea politica e psicologicamente squassato dall'alleanza obbligata con Silvio Berlusconi. «È incredibile, siccome ora con il Cavaliere sono obbligati a filare d'amore e d'accordo e l'antiberlusconismo è caduto in disuso, l'unico collante che gli è rimasto è l'antirenzismo», nota un colonnello del sindaco. L'assemblea dei senatori democrat, presidiata ieri mattina dal segretario Epifani e dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini, è finita pressoché all'unanimità: tutti favorevoli a votare contro la mozione di sfiducia al ministro dell'Interno, salvo una manciata di astenuti renziani (più Laura Puppato e Felice Casson).

I renziani, per bocca del senatore Andrea Marcucci avevano chiesto che il Pd presentasse una propria mozione di sfiducia, o almeno un documento di censura all'operato del Viminale sul caso kazako, ma sono stati respinti con perdite. Malumori e dubbi ovviamente restano, nella base parlamentare che teme di «morire berlusconiana», come geme una neo-deputata; e le tensioni pure: Pippo Civati accusa Franceschini di aver minacciato l'espulsione contro chi non voti come dice il partito, il ministro risponde a muso duro: «Mai minacciato espulsioni. Civati nemmeno c'era e mi hanno sentito 90 persone. Sono stanco di falsità infamanti che in Rete diventano vere». Restano anche le richieste (ormai solo pro forma) di un passo indietro: «Se Alfano ha a cuore il governo, dovrebbe dimettersi da ministro e restare solo vicepremier», dice ad esempio Rosy Bindi. «Serve un suo atto di responsabilità deve lasciare», insiste Gianni Cuperlo.

Ma tutti sanno che sono auspici puramente retorici: dopo le parole pesanti come macigni usate dal capo dello Stato ieri, e quella minaccia di «contraccolpi irrecuperabili» in caso di caduta del governo, è chiaro a tutti che l'attuale assetto di governo è e deve restare blindato. E deve durare a lungo. «Non possiamo più chiedere le dimissioni di Alfano, perché a questo punto sarebbe come chiedere quelle di Enrico Letta, lui e Napolitano lo hanno detto con chiarezza», ha spiegato Epifani a coloro che andavano a piangere sulla sua spalla per il dolore di dover salvare l'uomo di Berlusconi.

Ed è Enrico Letta ad aggiudicarsi il round dentro il partito: blindato dal Colle e spalleggiato dall'abile Franceschini, che ieri ha tirato le orecchie ai potenziali dissidenti («È intollerabile che quelli che non si allineano alle decisioni del partito fanno la figura delle anime belle, mentre chi ci mette la faccia è il cattivo. Basta»), il premier ha preso con decisione le redini della situazione, piegando il partito a sostegno suo e del suo governo, e ha rotto il patto vero o presunto con Matteo Renzi. «Ora è chiaro a tutti, a cominciare da Matteo, che dopo Letta ci sarà ancora Letta», dice un fedelissimo del premier, «Enrico è uno che lavora per il futuro, non per i titoli del giorno dopo. E se il governo dovesse cadere, Matteo può star certo che da Palazzo Chigi parteciperemo alle primarie». Con l'intento di vincerle, chiaro.