le lettere

Caro papà, non umiliarsi

è il meglio che possa fare
Lei ha tutta la mia comprensione e solidarietà.
E mi permetto di darLe un consiglio: non cada nella trappola. Dietro le grandi esternazioni di affetto non c’è freudianamente nulla, legga la chiusa della lettera di suo figlio «piangi papà»? Certo che Lei ha diritto di piangere e, per favore lo faccia, e che sia un pianto liberatorio. Hanno fatto il grande fratello dei sentimenti suoi e loro fregandosene che Lei ha una vita di lavoro e un affetto privato da difendere. La terribile macchina dei sensi di colpa la sta sommergendo, sono tutti contro di Lei e il vero scopo è farlo abbandonare dalla sua compagna e costringerlo solo ed umiliato a timbrare il cartellino. Solo così l’onta subita dalla famiglia e dalla silente madre dei Gracchi che non ha saputo o voluto fermare la macchina infernale, sarà lavata. Mi creda questo non è amore Lei sarà sempre, per loro un padre dimezzato buono per le foto di gruppo e per le comparsate ufficiali. Salva la famiglia ma lei è stato ucciso, ma prima ha dovuto piangere. Si salvi da questo aberrante liquame amoroso e salvi l’unica cosa buona che oggi ha, la sua compagna, anche se deve durare un solo giorno. Cercare la felicità è un suo diritto inalienabile anche se il conto è salato. Mi creda se ne vada, come padre è finito, ma può almeno dimostrare a chi lo ha giudicato senza appello e lo ha sputtanato, di essere un uomo. Sarà l’ultimo insegnamento per suo figlio. Forse il più utile. Quando lo capirà sarà troppo tardi anche per piangere. Un abbraccio Dovrebbe scrivere una lettera

anche alla sua mamma
Sul Giornale le prime reazioni all’articolo di Annamaria Bernardini De Pace sono tutte al maschile. Le donne non dicono nulla.
Leggendo, ho pensato che questi signori non hanno proprio mezzi termini, la sanno lunga su tutto e non risparmiano giudizi, mi pare, un po’ avventati.
Tirano in ballo il Natale, le scintille che brillano, porci comodi, vie verso la felicità, ecc …
Come anticipato da Annamaria, anch’io penso che l’argomento sia molto complesso. Ci sono passata, non è stato facile. Ma la signora in questione (la moglie) ha, certamente, scelto la strada del compromesso per una serie di «benefici» personali o famigliari che noi non conosciamo e che non conosce neanche Davide.
Per questo credo che Davide farebbe bene, prima di accusare o scusare chiunque, a capire quali sono le leve che stanno dietro ai comportamenti di entrambi i genitori.
Avendo 18 anni e ritenendo di poter discutere la situazione con suo padre, lo faccia anche con sua madre, mandi una lettera anche a lei o, semplicemente, le parli per capire cosa sta dietro alle sue scelte.
Non credo che una donna, moglie, non discuta il «tradimento» del suo compagno in 3 anni di tempo solo perché ogni volta che lo fa lui riesce a dribblare.
C’è qualcos’altro e questo qualcosa, Davide, non lo conosce. Non lo conosciamo neanche noi. Per cui mi sento di dire a questi signori, che difendono a spada tratta una posizione: non abbiamo elementi, noi, per esprimere una posizione. Certo, in questa famiglia, ci sono problemi di comunicazione interna, altrimenti un ragazzo di 18 anni non scrive ad un giornale ma parla con suo padre e con sua madre.
Le osservazioni, giudicate fredde e staccate, dell’avvocato Bernardini De Pace, sono osservazioni professionali, giustamente sopra le parti, in esse non mi sembra di aver letto una presa di posizione ma alcuni buoni spunti per riflettere sui reciproci comportamenti al fine di salvaguardare la dignità individuale.
Mi viene in mente Beatrice, nel Berretto a sonagli di Pirandello: prima corre troppo a conclusioni pregiudiziose, secondo coinvolge il pubblico in una faccenda molto privata motivata da un valore discutibile: la vendetta.
Davide, il mio è un invito a riportare le cose alla giusta dimensione. Buon lavoro.
Gabriella
I figli hanno il dovere morale

di essere super partes
In questi giorni ho letto la commovente lettera di Davide, la pronta risposta della Dott.ssa de Pace, i vari commenti dei lettori ed, essendo figlio di genitori che si sono separati recentemente, ho deciso di commentare.
Parlo da figlio di separati quando dico che ammiro molto, Davide, la tua voglia di sistemare le cose, di aiutare la tua famiglia, cosa che io non ho fatto quando è toccato a me, ma concordo con la Dott.ssa de Pace quando dice che non è compito tuo.
Tu come tuo padre hai dei doveri nella famiglia, e nonostante tu creda che lui i suoi non li rispetti, dovresti cercare di rispettare i tuoi che sono in primis quelli di riconoscere il grande amore che entrambi sicuramente provano per te, mostrandoti super partes.
Alle volte è impossibile, per quanto lo si voglia, far tornare le cose come erano prima, lo dico per esperienza.
A parte tutto comprendo perfettamente (avendolo provato io stesso) il tuo grande dolore e ti sono vicino in questo momento difficile.
Spero che le cose si sistemino per il meglio !
Gabriele Poy
Le teorie servono a poco e Davide

ha pienamente ragione
Da molti anni leggo gli interventi dell’avvocato de Pace e con piacere la seguo anche sul Giornale. Il più delle volte mi sono trovato d’accordo sulle sue tesi, alcune volte ho, tra me e me, dissentito. Mi permetta di esprimere il mio totale disaccordo su quanto da Lei scritto in merito alla «lettera di Davide». Trovo le sue enunciazione puramente teoriche e lontane dalla realtà e dalla situazioni emotive che purtroppo si vivono nelle situazioni manifestate da Davide (parlo per vita vissuta). Alla fine della lettura del suo intervento mi é sorto un dubbio che mi permetta di manifestare apertamente e anche sfacciatamente con una semplice domanda: «Lei parla per studi, per vita professionale vissuta e per teorie o ha anche qualche esperienza personale diretta di vita vissuta in materia»? Sa come é: tra il dire e il fare... Comunque questa volta sto con Davide. Con la massima cordialità.
Marco Scaini
Da Davide bel gesto d’affetto

ma la soluzione non spetta a lui
Sono un medico separato con due figli della stessa età di Davide: le similitudini finiscono qui! Il concetto cristiano di «Persona» ha introdotto una nuova visione nella vita di ciascuno di noi, ribadendo l'unicità, l'irripetibilità, la singolarità del nostro vivere, del nostro essere: nessuno può mettersi al posto mio! urlava Kierkegaard.
Da questo ne consegue non un relativismo funzionale al nostro «comodo», bensì una impossibilità oggettiva a giudicare dall'esterno usando i semplici parametri di «buon senso» o addirittura solo con il codice civile. Non finisce tutto qui ovviamente ma, a mio avviso, il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce (se non attua uno scatto di coraggio di aprire il cuore e non solo la mente, aggiungo io).
Hanno ragione tutti e hanno torto tutti «i personaggi» di questo dramma (che è anche il mio) .La gente crede che tutti problemi saranno risolti, io invece sono convinto che il peccato originale che tutti ci sovrasta, ha reso impossibile dirimere dubbi e imporre certezze. Occorre conoscere da ciascuno di noi cosa si intende per: Amore. Cosa per Responsabilità. Cosa per Fedeltà. Il giudizio dell'uomo, riduttivo, parziale di fronte agli insegnamenti di Cristo non risolve ma acuisce le divisioni se non si recupera proprio il rapporto diretto, personale con Lui.
La vita, caro Davide, non è propriamente un giardino dell'Eden, però sono convinto che hai operato bene manifestando il tuo amore per la tua famiglia! Quanto però a risolvere i problemi, questo spetta ad un Potere più grande. Ogni peccato sarà perdonato perché assillati dal peccato originale, ci dimentichiamo dell'originale innocenza.
Massimo Capacciola