L'ex premier vuole convincere il Pd che il futuro è del rottamatore. Altro che Barca

diAl netto dei pettegolezzi e delle indiscrezioni (che lo dipingono particolarmente infastidito dalla linea avventurista imboccata da Bersani dopo la sconfitta elettorale), il motivo per cui Massimo D'Alema è oggi fra coloro che più alacremente lavorano al pensionamento del segretario coincide con le ragioni del suo convinto sostegno nei mesi passati: l'unità e il posizionamento strategico del partito, di cui si sente per dir così il custode.
Intendiamoci: come tutti gli uomini politici, anche D'Alema pensa a se stesso. È un leader, non un frate francescano. E alla testimonianza disinteressata preferisce il potere per sé e per i suoi. Ma il potere e la leadership hanno sempre bisogno di una cornice politica in cui svilupparsi, di una prospettiva strategica. Fino allo scorso febbraio, la prospettiva era la vittoria elettorale di Bersani (eventualmente in coalizione con Monti): e a questo obiettivo D'Alema ha orientato le sue mosse, a partire dall'autorottamazione, che tolse a Renzi un argomento simbolico molto forte.
Ma con la sconfitta elettorale - che forse D'Alema previde, o almeno pensò possibile, quando avvertì prima del voto che il Pd pensava a spartirsi gli incarichi futuri anziché a convincere gli elettori - lo scenario è bruscamente cambiato. Lunedì 25 febbraio a D'Alema (e non solo a lui) fu chiaro che sul tavolo erano rimaste due sole opzioni: un governo di larga coalizione, che avrebbe dovuto coinvolgere anche il Pdl, oppure nuove elezioni. Per preparare la strada alla prima ipotesi, D'Alema suggerì di cominciare con la condivisione delle presidenze delle Camere, visto che, di fatto, nessuno aveva vinto.
Bersani, com'è noto, fu di tutt'altro avviso: chiese per sé la presidenza del Consiglio e per il suo governo i voti di Grillo, probabilmente convinto che il cemento dell'antiberlusconismo avrebbe funzionato un'ultima volta e trasformato in vittoria la sconfitta. D'Alema tornò a tacere, obbedendo alla regola del vecchio Pci per cui non si critica mai il segretario quando è nel mezzo di una battaglia. Il silenzio pubblico, però, non significa inerzia: in questi due mesi D'Alema ha avuto scambi d'idee con tutti i capicorrente del Pd, ha aperto (attraverso il senatore Latorre) contatti con il Pdl, ha sentito più volte il capo dello Stato (che pare abbia annunciato a lui, ma non a Bersani, la scelta di nominare i dieci saggi), ha sondato attraverso il Pse le cancellerie europee.
Tanto D'Alema quanto gran parte dei dirigenti del Pd erano convinti che Grillo avrebbe respinto ogni avance e che Bersani avrebbe cambiato linea aprendo al «governo del presidente». Ma la seconda previsione non si è avverata, anzi. E se Bersani non cambia linea, allora bisogna cambiare Bersani.
L'incontro con Renzi ha il valore simbolico di un'incoronazione. Mentre Bersani faceva spallucce all'esclusione del sindaco dai grandi elettori, D'Alema varcava fisicamente il portone di Palazzo Vecchio, quasi a voler mostrare a tutti, con un gesto di umiltà politica non scontato nel personaggio, il valore e il peso politico di Renzi. Il quale, dopo l'incontro, non ha mancato di esprimere un giudizio come sempre tranchant: di D'Alema apprezzo la franchezza e la lealtà. In sostanza, di Bersani detesto l'ipocrisia e la falsità.
D'Alema non ama affatto Renzi (e naturalmente vale l'inverso): troppe le distanze culturali, antropologiche, ideali. Ma per salvare l'unità del Pd e per garantirgli un futuro, D'Alema, cui non fa difetto il realismo, sa che non esistono alternative. L'invenzione di Fabrizio Barca gli deve sembrare un'autentica sciocchezza. Il Pd ha già un nuovo leader, ed è Renzi: il problema adesso è spiegarglielo. Convincere cioè il Pd che Renzi non è soltanto un ottimo viatico per una futura vittoria elettorale, ma è anche una garanzia per tutte le anime del partito e, soprattutto, è una robusta iniezione di stabilità in un sistema politico ormai collassato.
Non è detto che l'operazione riesca, e riesca in modo indolore: ancora due giorni fa Bersani ha dato dell'«indecente» a Renzi soltanto perché il sindaco chiede di «fare presto». E la partita del Quirinale - che vede tuttora D'Alema in gioco - è particolarmente insidiosa, soprattutto per il Pd e per la sua unità interna. Non è rimasto molto tempo prima dell'esplosione: e questo D'Alema lo sa.