L'INCHIESTA Rabbia a 5 Stelle

RomaTamburellano le dita di Vito Crimi quando Giorgio Napolitano fa correre i brividi sulla schiena. Quando dice «finché le forze mi sosterranno», quando ricorda il suo ingresso in parlamento «a ventotto anni», e poi la voce gli trema, si ferma. La stessa età di quei ragazzi che ascoltano attenti, mani incrociate, che per un ordine perentorio non possono applaudire mai, soltanto alzarsi, per segno di educazione. Eppure uno sfarfallio di mani qualche volta si muove nelle tribune della Camera occupate dal Movimento cinque stelle. Una scossa di emozione scorre anche laggiù. Perché sono ragazzi che sentono parlare un ottantottenne signore che chiede unione ai partiti e rispetto per la sua vecchiaia. In cinque forse si commuovono un po', dentro di sé.
Non Crimi e la capogruppo Roberta Lombardi. Loro condannano, duramente: «Quello del presidente Napolitano è stato un discorso politico - scrivono sprezzanti - in barba al ruolo di garanzia che un Capo dello Stato dovrebbe mantenere». È un peccato che quei pochissimi che applaudono il presidente della Repubblica, come uccellini che si staccano dal cornicione dove gli altri se ne stanno appollaiati immobili, lo facciano quasi con senso di colpa. Uno di loro allarga le mani, come a dire: mi è scappato. Infrangono imbarazzati la regola che sono bastate le parole di Grillo, ieri, sul blog, a definire: «La Repubblica è morta». Parte il battimani in aula di quasi metà gruppo quando Napolitano rimprovera la mancata riforma elettorale. Unico, al termine, il ventiseienne vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, stringe la mano al capo dello Stato.
A questo punto per i grillini la faccenda si fa più complicata. Napolitano si è rivolto direttamente a loro, a un tratto del suo discorso: «Apprezzo l'impegno con cui il movimento» ha «mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandosi il peso e l'influenza che gli spetta». Ma ha pregato che non si segua «contrapposizione tra piazza e Parlamento». Crimi e Lombardi categorici: «Dice che una volta entrati nella casta dobbiamo stare alle loro regole». Ma quelle regole «devono essere cambiate».
Lo stesso Grillo è sembrato però in confusione in questi giorni, dibattuto tra piazza e responsabilità. È bello giocare con le parole come un funambolo che s'inclina sul filo della democrazia, ma quando si dice «golpe», quando si invoca una discesa su Roma, nessun uomo di Stato può approvare. Non lo ha fatto Stefano Rodotà, l'amatissimo candidato presidente dei grillini che Grillo potrebbe incontrare. Comunque né lui né i grillini saranno alle consultazioni da Napolitano, a meno di novità all'ultimo momento, dicono fonti del movimento. Nella conferenza stampa di domenica, Grillo si è mostrato più mansueto, «gandhiano», si è autodefinito. Stile nuovo.
Poi però ieri sul blog ha ripreso la sua crociata: «Coloro che oggi sono designati al comando della Nazione - ha scritto - sono i responsabili della sua distruzione». Nel frattempo arrivavano i primi dati delle elezioni regionali in Friuli. I grillini sono precipitati quasi di dieci punti (19%) rispetto alle politiche, come se la loro opposizione intransigente per ora non stia pagando affatto. I sondaggi invece danno il M5s addirittura al 29. Per ora l'intenzione è quella di portare al Colle una rosa di candidati premier. Ieri processo infuocato dei gruppi parlamentari contro un dissidente, Marino Mastrangeli, reo di aver parlato a Pomeriggio 5. Mastrangeli è stato espulso tra urla e accuse reciproche. All'unanimità invece è stata respinta la richiesta avanzata da Mastrangeli di espellere Crimi.