L'instabilità è solo un alibi: può fare bene all'economia

Il premier sbaglia a dare la colpa delle difficoltà all'incertezza politica: capitalismo e crescita nascono proprio dai cambiamenti. Il pericolo peggiore invece è la stagnazione

Forse non tutti ricordano che dal 2010 è successo qualcosa di storico in Italia: la spesa pubblica corrente ha iniziato a diminuire in valore assoluto. E ancor più ha iniziato a diminuire la spesa corrente al netto di quelle voci, come gli interessi sul debito pubblico e la spesa pensionistica, che sono il risultato di comportamenti passati, di debiti accumulati in tempi di stabilità concertativa e non riducibili nel breve periodo. Questa riduzione della spesa corrente è dipesa anche dal fatto che è diminuito il numero dei dipendenti pubblici, altro evento di svolta rispetto al passato. Ciò non è avvenuto in anni di stabilità politica, anche se la correzione è iniziata quando si pensava che la stabilità politica fosse assicurata. Mai come negli ultimi anni l'Italia ha vissuto l'instabilità eppure la questione centrale del controllo della spesa è stata affrontata, seppure la strada sia ancora lunga. Non altrettanto si può dire della politica fiscale, i cui errori hanno contribuito, assieme a altri fattori, ad aggravare la recessione economica. L'instabilità, quindi, c'entra poco, conta la capacità di fare scelte corrette e correggere rapidamente quelle sbagliate di fronte all'evolvere della realtà. D'altra parte, l'evoluzione in questi anni del famoso spread mostra come il rendimento richiesto dai mercati per sottoscrivere il debito italiano è guidato da tanti fattori, da considerazioni sui fondamentali della sostenibilità del debito, come da azioni speculative che da questi fondamentali sono disgiunte, ma non dall'instabilità politica. Basti pensare come nulla sia successo quando si aprì la crisi del governo Monti o nella massima situazione di caos e incertezza seguita alle ultime elezioni. Forse è avvenuto il contrario in questi anni, si è usata l'instabilità dei mercati finanziari per determinare l'instabilità politica, la direzione causale è stata esattamente contraria a quella che oggi viene denunciata.

D'altra parte, è concettualmente sbagliato temere l'instabilità o dare connotati di per sé positivi alla stabilità. La vita, l'economia, la conoscenza, l'innovazione, il progresso dell'umanità è frutto del mutamento, dell'instabilità e dell'agire in condizioni d'incertezza. Nassim Taleb nel suo best-seller Antifragile (traduzione italiana Antifragile. Prosperare nel disordine, Il Saggiatore, Agosto 2013) ricorda come sia i corpi biologici sia i corpi sociali possono trarre benefici e rafforzarsi quando sottoposti a stress, al rischio e all'incertezza. È fragile ciò che al contrario si spezza invece che adattarsi al mutamento e alle sollecitazioni.

D'altra parte, il sistema capitalistico è il modo di organizzare l'economia più instabile della storia, ma è anche il sistema che ha generato la più impressionante e più duratura fase di crescita del benessere della storia. Possiamo anche dire che il concetto stesso di crescita nasce con il capitalismo. Una crescita tuttavia che avviene attraverso crisi, fluttuazioni, e la capacità di imprenditori e capitani di ventura di cogliere i mutamenti e le opportunità date dall'instabilità e agire nell'incertezza. La distruzione creatrice di Schumpeter è il simbolo del dinamismo di un sistema che prospera nell'innovazione, che è di per sé rottura degli assetti stabili quando essi divengono simbolo di stagnazione e morte. Non è forse ostacolo al dinamismo dell'economia italiana la tendenza alla stabilità degli assetti proprietari di un capitalismo corporativo per troppo tempo ingessato?
Cosa c'era di più stabile del regime brezneviano o dei regimi crollati sotto la spinta delle primavere arabe o dei fanatismi fondamentalisti, che non si combattono con l'immobilismo ma al contrario rompendo assetti non più in grado di reggere? La conservazione rappresenta una stabilità che è quanto di più fragile ci sia, incapace di cogliere le necessità di mutamento e quindi destinata a collassare nella tragedia.

L'Italia ha bisogno di crescita, meglio di crescita stabile, nel senso di sostenibile nel tempo, ma non della stabilità della non crescita. D'altra parte anche una crescita stabile a volte deve destare sospetti. Non in Italia, ma negli Stati Uniti e in gran parte del mondo si è avuto prima della crisi del 2008 un periodo di crescita stabile come non si era mai registrata dal dopoguerra. Sembrava che, anche grazie all'innovazione finanziaria, le fluttuazioni economiche fossero ormai un ricordo del passato, di un capitalismo primitivo. Il risveglio è stato brusco. L'apparente stabilità nascondeva l'estendersi delle disuguaglianze, dei disequilibri e i semi di una instabilità destinata ad esplodere più violentemente, quanto più l'apparente stabilità aveva nascosto i mutamenti che richiedevano risposte innovative.

La stabilità non è quindi né buona né cattiva, non è di per sé un valore. È un valore la capacità di decidere rapidamente anche, e soprattutto, in condizioni di incertezza e di caos. La retorica della stabilità si appella anche all'esigenza degli investitori di agire in un contesto di certezze. È certamente un'esigenza umana, e quindi anche degli imprenditori, di minimizzare l'incertezza, ma sono proprio gli imprenditori che sanno che il loro mestiere è affrontare il rischio. Molto peggio, tuttavia, quando all'incertezza si sostituisce la certezza di una politica sbagliata o, ancor di più, l'inaffidabilità della politica.
Il rapporto tra instabilità e incertezza è complesso. L'incertezza è uno stato non eliminabile della vita, come lo è l'instabilità, essendo la stabilità solo fase transitoria. Il rischio derivante dall'incertezza si può in parte misurare e viene incorporato nelle decisioni e nei comportamenti. Ma vi è una incertezza nefasta derivante dall'inaffidabilità delle politiche che genera non innovazione e accettazione del rischio, ma comportamenti difensivi e di fuga.

Abbiamo più volte ricordato, assieme a molti altri analisti, che il danno forse maggiore determinato dalla politica fiscale del governo Monti è stato l'aver mantenuto nell'incertezza e sotto minaccia per quasi un anno gli italiani sull'entità e le modalità di imposizione dell'Imu. Ciò ha prodotto il maggior danno possibile rispetto all'entità del prelievo ottenuto. Oggi, la certezza che si deve dare agli italiani è che l'era dell'aggressione fiscale è terminata, che c'è una svolta di politica fiscale, graduale e responsabile nel quadro degli impegni europei, come lo è stata l'azione di contenimento della spesa degli ultimi anni, anche se insufficiente, ma che dalle decisioni non si torna indietro. Se tutto può essere rimesso in discussione, prima ancora di fare i primi passi, se tutto deve essere negoziato all'infinito, allora l'unica stabilità che si ottiene è quella di un tavolo di gioco senza giocatori, perché chi può se ne va. E non parliamo di governo, ma di imprese e giovani istruiti in cerca di futuro. E noi continueremmo solo a intravedere una ripresa, ma al di là dei confini nazionali.

Commenti

paolonardi

Lun, 23/09/2013 - 10:12

E' troppo facile e intelligente per i sinistri. Anche ieri quella cima di Epifani pontificava sulla giustizia sociale; purtroppo per me sono passati più di sessanta anni che sento queste due parole ma non riesco a dargli un'interpretazione razionale. E' socialmente giusto che un fannullone prenda la stessa retribuzione del collega che lavora veramente, e' giusto che una persona, per scelta personale, lavorando più del vicino non ne tragga profitto e si tolga qualche sfizio in più? E' giusto che, solo in Italia, esista una cassa integrazione di durata biblica; ma i dipendenti non hanno un'indennità di licenziamento pari ad una mensilità per ogni anno di lavoro?

Rossana Rossi

Lun, 23/09/2013 - 10:43

E' verissimo, bravo Brunetta.......

giocondo1

Lun, 23/09/2013 - 11:41

Più che stabilità politica ci vuole stabilità fiscale.