L'intervista Paolo Romani

RomaOnorevole Paolo Romani, il Pdl si divide sul ritorno a Forza Italia. Lei cosa ne pensa?
«Non mi sembra nulla di sconvolgente. Si tratta solo di una proposta. Di certo c'è la volontà di Silvio Berlusconi di far ripartire un grande progetto liberale che abbia la forza degli inizi».
Qualcuno teme un cambiamento radicale dell'identità del Pdl.
«L'unica differenza è che oggi abbiamo accumulato anni di esperienza di governo quindi potremo più facilmente evitare gli errori del passato. Ma di certo non cambia l'identità di un partito profondamente liberale con un leader che rappresenta la sua punta di diamante e il collettore del consenso».
Perché tornare alla candidatura Berlusconi?
«Perché in un momento così difficile, di fronte a un partito che ha sofferto problemi di identificazione da parte dell'elettorato e che ha prodotto una somma senza una amalgama, è obbligatorio percorrere questa strada. Contando su una figura che è un valore aggiunto da sempre».
C'è chi dice: così il Pdl dimostra di non sapere innovare.
«Innanzitutto quelli che dicono “basta Berlusconi” hanno un'età politica notevolmente superiore alla sua. Inoltre lunedì scorso Berlusconi ha fatto qualcosa di non banale: ha riunito quindici figure di rilievo internazionale per mettere insieme innovazione e proposte per la sua futura piattaforma. Lo ha fatto per cercare ricette alternative a quelle attuali».
Perché un elettore dovrebbe tornare a votarvi?
«Siamo davanti a una grande emergenza. L'accordo sullo scudo antispread è in bilico, in attesa della decisione della Corte Costituzionale tedesca e ad agosto c'è la possibilità di una ondata speculativa. D'altra parte la Germania ha tutto l'interesse a mantenere l'euro debole. Di fronte a questo scenario c'è chi si appella solamente al rigore, provocando recessione. Berlusconi, invece, provenendo dall'impresa ha la capacità di avere uno sguardo d'insieme».
È davvero necessario tornare al nome Forza Italia?
«Forza Italia oggi ha più senso del '94. Significa che l'Italia può farcela soltanto credendo in se stessa. Mi fa piacere che una persona intelligente come Altero Matteoli abbia capito che non è certo il momento per battaglie identitarie sui nomi».
È ipotizzabile uno speculare ritorno ad Alleanza Nazionale?
«Mi auguro che non sia necessario. Come ha dimostrato il caso Fini chi esce dalla casa naturale del centrodestra per assecondare i propri mal di pancia non va lontano. In questo momento poi le minacce di scissione indeboliscono la nostra forza contrattuale al tavolo della legge elettorale. Peraltro è tutt'altro che indifferente, qualsiasi scelta si voglia compiere, sapere se c'è un premio per la coalizione o per il partito».
Alemanno e Urso invocano le primarie.
«Angelino Alfano primo protagonista delle primarie ha accettato un ripensamento su questo fronte, comprendendo che siamo in un momento eccezionale ed emergenziale. Non attorcigliamoci sulle modalità di scelta di un leader che ha funzionato, funziona e funzionerà».
Esiste un problema di credibilità internazionale per Berlusconi?
«Da ministro ho partecipato a 25 missioni e non ho mai avuto un problema, anzi ho raccolto soltanto attestati di stima e di amicizia verso di lui. Spesso, piuttosto, scontiamo un pregiudizio verso il nostro Paese. E forme di sudditanza fittizie, spesso innescate dalla nostra stampa».
Lo spirito del '94 era fondato su Stato meno invasivo e fisco più leggero. In tempi di ristrettezze di bilancio come si fa a riproporre quella ricetta?
«La grande scommessa è la riduzione del debito. Dobbiamo portarlo in pochi anni dal 123 al 90% del Pil, rendendolo sostenibile. Leggo i proclami di questo governo ma pochi hanno sottolineato che il debito è aumentato di 35 miliardi a causa dei fondi versati per la Grecia. Non è certo in questo modo che se ne puntella la sostenibilità».