«L'Italia? Resta ingovernabile È ostaggio dei piccoli partiti»

diPresidente Berlusconi, sette mesi dopo le sue dimissioni, prima di tutto una semplice domanda: come va?
«Bene e male. Dico "bene" perché sono ottimista e non mi perdo mai d'animo. Dico "male" perché sono preoccupato, per l'Europa e per il mio Paese. L'Europa è ancora lontana dall'unione politica, da un governo comune, da una politica estera e della difesa comune. Si è dotata di una moneta comune, ma senza una Banca centrale dotata dei poteri e degli strumenti di tutte le altre banche centrali».
È vero che vuole ricandidarsi come capo del governo?
«Ricevo tante richieste molto insistenti. Posso solo dire che non abbandonerei mai il mio partito, il Popolo della Libertà, che d'altronde riavrà presto il suo vecchio nome: Forza Italia».
In altre parole: senza potere, lei non sa proprio stare?
«Non sono rimasto traumatizzato dalla perdita di potere, anche perché il presidente del Consiglio in Italia non ha alcun potere. La nostra Costituzione non gli permette neppure di sostituire un proprio ministro. Avevo potere prima del 1994, quando facevo solo l'editore televisivo. Purtroppo l'Italia è ancora oggi difficilmente governabile: il capo del governo non ha neppure il potere di decidere autonomamente sui decreti legge che sono immediatamente efficaci. Da noi, dal decreto legge all'approvazione passano mediamente 500/600 giorni. Abbiamo delle regole costituzionali vecchie e inadeguate».
Non crede piuttosto che questa ingovernabilità sia causata dai politici di partiti minori portatori di propri interessi, con cui lei ha cercato di governare nell'ultima fase del suo mandato?
«Questo è un altro guaio. Il fatto che gli italiani votano "male". Abbiamo ottenuto il 37,8 % nelle ultime elezioni, e siamo stati costretti a includere nella coalizione i partiti minori. Purtroppo i partiti piccoli non pensano al Paese e al bene comune, ma sempre e solo alle piccole ambizioni politiche dei loro piccoli capi».
Quali sono le cose che Mario Monti sa fare meglio di lei?
«La sua forza principale sta nell'avere il più ampio supporto che mai un presidente del Consiglio abbia avuto. Ed è questo il principale motivo che mi ha spinto a fare un passo indietro: volevo consentire l'approvazione di riforme anche costituzionali».
L'Italia sta affrontando una crisi che lei ha riconosciuto troppo tardi. I giovani non trovano lavoro e gli analisti dei dati economici parlano di un «decennio perduto»...
«Sono stato il primo, fra i leader occidentali, a denunciare la pericolosità della crisi finanziaria globale e a sostenere la necessità di introdurre delle riforme. Il mio governo ha fatto molto per i giovani imprenditori e ha realizzato riforme coraggiose come quelle sulle pensioni, sulla scuola, sull'università. Se i conti della nostra finanza pubblica sono sotto controllo, lo si deve in buona parte al mio governo».
Ancora oggi lei stenta a pronunciare la parola «crisi». Perché?
«Perché questa crisi è impregnata di una sorta di profezia che si auto-avvera, cioè il fattore psicologico è una delle cause principali della crisi. Io invece sono del parere che sia compito di un governo creare un clima di ottimismo e fiducia».
Le relazioni tra Roma e Berlino sembrano fredde. Condivide l'impressione che in Italia il Cancelliere tedesco Merkel sia quasi esclusivamente percepito come un personaggio irritante?
«Assolutamente no. Critichiamo soltanto la politica dell'eccessivo rigore perché la riteniamo un freno troppo forte allo sviluppo. Vorremmo una Germania più europea e non un'Europa più tedesca».
Che vorrebbe dire con questo?
«Oggi si percepisce una certa supremazia tedesca in Europa. E proprio per questo noi ci aspettiamo che Berlino sviluppi una politica europea lungimirante, solidale e di largo respiro. Le faccio un esempio: quando si è trattato di nominare qualcuno per la carica di presidente del Consiglio europeo, abbiamo proposto Tony Blair. Così gli Stati Uniti avrebbero finalmente saputo a chi rivolgersi per conoscere la posizione di tutta l'Europa. Poi, però, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno fatto una scelta diversa, con il chiaro intento di continuare a tenere la politica europea nelle proprie mani».
Il suo rapporto personale con il Cancelliere Merkel viene descritto come irrimediabilmente compromesso.
«Tutt'altro. Io ho un cordialissimo rapporto con la signora Merkel. La stimo per la sua franchezza, la sua serietà, la sua competenza, la sua dedizione. E non dimentico che insieme a me ha visitato l'Abruzzo dopo il terremoto. Apparteniamo entrambi alla grande famiglia della democrazia e della libertà in Europa, il Partito Popolare Europeo».
Nella politica finanziaria si sono aperti divari profondi. La sua proposta al riguardo è stata: «Stampiamo soldi...».
«Non ho mai pronunciato quella frase, almeno in questa formulazione così grossolana. Ma con l'euro la bilancia commerciale della Germania è migliorata, quella dell'Italia è peggiorata. Un ritorno alle valute nazionali mi pare comunque improbabile. Si tratterebbe in ogni caso della sconfitta - che nessuno può augurarsi - del progetto storico di un'Europa unita».
Dopo l'ultimo summit a Bruxelles la stampa italiana ha dato l'impressione di «un trionfo» della politica italiana contro la Germania - dopo il trionfo sul campo di calcio. È così anche per lei?
«Nessun trionfo contro la Germania. Non l'abbiamo mai vista così né io né il presidente Monti. Il trionfo sarà di tutti se riusciremo a uscire dalla crisi e se l'Europa sarà finalmente più forte, più unita, più solidale».
Ultimamente ha suscitato scalpore soprattutto per le sue feste. Ma sinceramente: che cosa hanno lasciato queste serate a un 75enne come lei?
«Si chieda piuttosto come mai questo sia potuto divenire un caso di Stato. Si è trattato di una mostruosa operazione di diffamazione da parte della nostra magistratura di sinistra. Sono state prese di mira delle ragazze, sono state collegate alla prostituzione, mentre hanno soltanto ballato come si fa in tutte le discoteche del mondo. Tutto finirà nel nulla, come tutti gli altri processi intentati contro di me. Sono stati più di 50 e ho speso 428 milioni di euro in avvocati e consulenti. Credo che nessun altro avrebbe potuto resistere a così tanti attacchi».
Nessuna traccia di amarezza nel suo bilancio politico?
«La mia discesa in campo 18 anni fa ha salvato l'Italia dal comunismo. Questa è la verità storica e ne sono fiero. Sono stato l'unico leader europeo ad avere eccellenti rapporti al tempo stesso con la Russia e con gli Stati Uniti d'America, e ho fatto sentire il peso di questa amicizia in ogni circostanza in cui è servito alla pace e alla sicurezza nel mondo».
I suoi rapporti con il presidente russo Vladimir Putin sono ancora ritenuti buoni. Non potrebbe usarli per porre fine alla crisi in Siria, con la mediazione della Russia?
«La situazione lì è molto complicata, ma non senza speranza. Nei prossimi giorni avrò un incontro privato con Putin, e ne parleremo. Mi vede un po' come suo fratello maggiore. Insieme parliamo di tutto».