L'Ue litiga sul bilancio: peggio per noi

di Francesco Forte

Non c'è fretta di approvare la bozza di bilancio europeo, ha detto Angela Merkel. Non c'è fretta, gli ha fatto eco il presidente della Repubblica francese François Hollande, nonostante che la Merkel abbia soggiunto che si potrà discutere di nuovo questa bozza solo all'inizio del prossimo anno. Tutti gli altri hanno annuito. La seduta è stata rinviata a gennaio, dopo l'epifania, come se questa incapacità di decidere non desse una immagine negativa dell'Europa dentro e fuori l'euro zona. Dentro, perché insieme alla indecisione sui criteri per il bilancio c'è anche quella di rinvio per gli aiuti finanziari alla Grecia. E fuori, perché fra coloro che vogliono il rinvio c'è anche il premier britannico David Cameron, che ha almeno due ragioni per tenere un atteggiamento sfascista: il desiderio di abbattere il bilancio europeo nella sua parte più sostanziosa, la Pac, cioè la politica agricola comune, e quello di compiacere la porzione crescente di opinione inglese che vorrebbe che il Regno Unito uscisse dall'Unione europea.
Le convenienze elettorali stanno facendo premio sulla esigenza che l'Europa dia la dimostrazione di capacità decisionale e svolga una propria politica fiscale orientata alla crescita. Infatti in Germania ci saranno, nel 2013, le elezioni generali. E al partito di Angela Merkel interessa far vedere ai tedeschi che esso tutela i loro interessi, in tutte le sedi possibili. Quindi rinvio degli aiuti alla Grecia, anche se ciò peggiora la sua situazione. E rinvio della approvazione del bilancio dell'Unione europea, per evitare le troppe concessioni che la Francia chiede, con riguardo al mantenimento della quota di fondi per la Pac, di cui essa è la maggiore beneficiaria. Gli inglesi sono schierati con la Germania per la Pac, perché loro di agricoltura ne hanno pochissima. L'Italia è indifferente ai tagli, ma vorrebbe che la sua quota, non alta, sia salvaguardata.
Ci sono poi gli Stati che come Spagna, Portogallo, Grecia e quelli dell'Est beneficiano largamente dei fondi regionali per lo sviluppo delle aree in ritardo. Questa controversia, che riguarda le vecchie politiche europee, stabilite quando non c'era la moneta unica, impedisce la riflessione sulle nuove politiche, che occorrerebbero per rilanciare la crescita, onde contrastare gli effetti depressivi delle riduzione dei deficit.
Il bilancio europeo coinvolge sul lato delle spese 130 miliardi, una parte delle quali potrebbe essere impiegata per rilanciare le infrastrutture e per aumentare la dotazione per il credito agevolato della Bei, la Banca europea degli investimenti. Ma ciò che più ci nuoce è lo spettacolo di discordia, che rende probabili altri tentennamenti circa il via libera alle politiche della Bce di sostegno al debito dei Paesi che stanno avviandosi al pareggio del bilancio, ma hanno alti spread sui loro titoli pubblici. Alla fine, il costo ricade su di noi, perché gli elevati spread appesantiscono il bilancio italiano a causa del rincaro dei tassi di interesse sui titoli pubblici e si trasmettono in rincaro dei prestiti ai privati, che sono collegati a quelli allo Stato, nelle interdipendenze del mercato finanziario. La Germania ha la tripla A, ma non la merita certo, per quella capacità di guida dell'Europa che si arroga, insieme alla Francia, che per altro.