L'unico vero peccato è peccare troppo poco

È facile sostenere che il peccato dia molto più piacere dell'ascetismo, che i vizi siano salutari, che i nostri difetti ci facciano sentire meglio. È facile perché tutto è stato sdoganato, e la parola «peccato» quasi non fa più scalpore: al massimo fa fare spallucce. Ma è anche complicato, perché quegli stessi peccati ammessi ormai come la normalità ci fanno sentire ancora tremendamente in colpa: trasformati rispetto al passato, in versione moderna sono diventati l'arma delle ideologie migliorative, dal salutismo all'iperattivismo, dalla sobrietà al buonismo, dal pauperismo al politicamente corretto. È un'epoca, scrive Simon M. Laham, in cui «anche le più innocue attività quotidiane, dal desiderare un ultimo cioccolatino allo stravaccarsi sul divano davanti alla tv, vengono talmente stigmatizzate da farcene vergognare». Figurarsi se il cioccolatino l'hai dato a tuo figlio, magari mentre stava imbambolato davanti a un cartone animato.
Perciò Laham ha scritto Il gusto del peccato, sottotitolo: «Perché vizi e tentazioni fanno bene» (Sperling & Kupfer). E - sottolinea - non solo non ci danneggiano, ma sono utili: «funzionali» alla nostra vita, all'evoluzione, alla società. Specializzato in psicosociologia sperimentale, ricercatore all'università di Melbourne, spiega con studi e prove scientifiche perché i sette peccati capitali della tradizione siano in realtà degli strumenti che possiamo sfruttare a nostro favore: l'avarizia per diventare più ricchi e felici; la superbia per avere successo ed essere perfino più altruisti; l'invidia per aumentare intelligenza e creatività; l'accidia per trovare soluzioni alternative; l'ira per motivarci e perseguire gli obiettivi; la lussuria per migliorarci (essere più attraenti, unici e anticonformisti pur di conquistare il/la partner); la gola per essere più svegli, attivi e disponibili.
È tutto vero? Secondo Laham la scienza, a differenza della classificazione di Papa Gregorio Magno dice di sì. Purché si facciano le scelte giuste: l'invidia è positiva se l'invidiato la merita, la gola funziona se anche l'ambiente circostante collabora (è difficile mantenere l'equilibro fra identità culinaria e linea, se nei ristoranti e sugli scaffali si trovano solo porzioni enormi), la superbia è una dote se è «orgoglio autentico», non arroganza e pienezza di sé. Nella considerazione dei peccati tutto è nel punto di vista. Per esempio Laham ricorda il buon samaritano che si ferma a soccorrere l'uomo picchiato e moribondo, mentre il sacerdote e il levita erano passati oltre e si chiede: e se il sacerdote e il levita avessero voluto fare colpo su una donna? Non si sarebbero comportati diversamente, non avrebbero tentato di mostrarsi persone migliori, generose, pronte a dare una mano? Lussuriosi, ma altruisti. Oppure l'ozio che, citando Robert Louis Stevenson «non consiste nel far nulla, ma nel fare una gran quantità di cose che non ricevono il giusto apprezzamento». Per esempio dormire, o sognare a occhi aperti. La morale è che Laham si dice orgoglioso di avere scoperto che, nella classifica mondiale delle nazioni peccatrici, il suo Paese, l'Australia, sia al primo posto: più viziosa di Stati Uniti e Canada. Perché ormai è un peccato non avere peccati da raccontare.