La maledizione del Lazio: anche Zingaretti era spiato

RomaKen Follett o John Le Carrè si decidano ad ambientare una delle loro spy story in via Cristoforo Colombo a Roma, nella sede della Regione Lazio. Da una decina di anni in quel palazzone anni Settanta a forma di triangolo concavo si svolgono vicende degne di un plot di spionaggio. Vabbè, un po' all'amatriciana, ma sempre spionaggio. Cimici, intercettazioni, misteri, ricatti. Come se er Monnezza finisse in un film di 007 (e la citazione der Monnezza non è casuale, come vedrete).
Sabato un altro sequel: una microspia artigianale trovata nella sala riunioni della Regione nel corso di una bonifica ambientale delle aree in cui lavora il presidente Nicola Zingaretti. Che ha sporto denuncia ai Carabinieri e ieri si è recato dal procuratore capo della Capitale Giuseppe Pignatone. Oggetto del colloquio una circostanza che non è passata inosservata al governatore: qualche giorno fa il suo nome è circolato nelle intercettazioni dell'inchiesta che coinvolge Manlio Cerroni, il proprietario di Malagrotta, la più grande discarica romana, e arrestato il 9 gennaio scorso con altre sei persone nell'ambito di un'indagine sulla gestione dei rifiuti nel Lazio. Cerroni è un personaggio potentissimo, capace di surfare indisturbato sulle onde di monnezza (appunto) tra amministrazioni di centrosinistra e di centrodestra succedutesi nei decenni.
La «monnezza» c'entrava anche nel precedente capitolo della Spectre capitolina: quello che si girò un giorno di aprile del 2011 quando la governatrice Renata Polverini si fece fotografare con una microcamera e tre microspie ritrovate nei suoi uffici. Sembrava un pasticciaccio brutto: intrusioni notturne alla Regione, talpe, fughe di notizie, mezze verità, pressioni. La Procura aprì sul caso un fascicolo per intercettazione illecita, ma qualche mese dopo archiviò l'indagine. Venne fuori poi che a piazzare le cimici in Regione erano stati i carabinieri del Noe per conto della Procura di Velletri, che indagava sulla gestione dei rifiuti, quella stessa inchiesta poi trasferita a Roma e sfociata giorni fa nell'arresto di Cerroni.
Ebbe risvolti giallo-neri anche la squallida vicenda che nel 2009 portò alle dimissioni di Piero Marrazzo: il presidente venne ripreso da un gruppo di Carabinieri nel corso di un suo incontro clandestino con un trans con un video che fu utilizzato per ricattarlo. A condire il Romanzo Regionale la misteriosa morte di Gianguerino Cafasso, presunto mediatore dello scambio del video, qualche settimana prima dello scandalo; e quella successiva di Brenda, una trans coinvolta nella storiaccia, e uccisa in un incendio probabilmente doloso del suo piccolo appartamento.
Altra spy story de noantri quella che passò alla storia come Laziogate. Protagonista l'allora presidente della Regione Francesco Storace, che fu accusato di aver commissionato ai suoi collaboratori un'irruzione illecita nel sistema informatico dell'anagrafe per mettere i bastoni tra le ruote alla lista di Alessandra Mussolini in vista delle elezioni del 2005, ritenuta da Storace di disturbo per la sua possibile rielezione. Non solo: Storace avrebbe anche ordinato dossier fasulli sullo stesso Marazzo, che poi avrebbe vinto le elezioni. Peccato che la vicenda processuale andò avanti per sette anni per concludersi nel 2012 con l'assoluzione di Storace e degli altri imputati da parte della Corte d'Appello «perché il fatto non sussiste». Sussiste certamente una maledizione, chiamiamola così, che ha coinvolto gli ultimi quattro inquilini di quel brutto palazzo. Alle prossime elezioni tanto vale candidare direttamente James Bond.