La mano che battezzò Gesù prende a schiaffi gli scettici

Nel 2010, sull'isola bulgara di Sveti Ivan (San Giovanni), un gruppo di archeologi trovò, sotto una chiesa, un piccolo scrigno o teca di marmo contenente, oltre ad alcuni resti animali, un dente, la parte anteriore di un cranio e la falange di una mano: tutti e tre umani. Si trattava con evidenza di un reliquiario.
I resti vennero datati da principio intorno al III, IV secolo. Ma un recente studio effettuato sulla falange e basato sul carbonio 14 ha imposto la retrodatazione, che finisce per far coincidere l'età di quelle ossa con l'epoca in cui visse Gesù. Se, poi, teniamo presente: 1) che le ossa sono di provenienza mediorientale, come dimostra uno studio sul Dna effettuato presso l'università di Copenaghen, 2) che l'isola bulgara dove è stato effettuato il ritrovamento prende il nome da Giovanni Battista e 3) che lo scrigno proviene dalla Cappadocia, e precisamente da Antiochia (dov'era attestata la presenza di una reliquia del Battista - la mano destra - fino al X secolo): bene, ci sarebbe da dedurre che la falange ritrovata, datata e ridatata potrebbe essere addirittura quella del cugino di Gesù.
Sono prove indiziarie, va da sé: le stesse, tuttavia, con le quali ha a che fare, per la stragrande maggioranza del proprio difficile cammino, quella disciplina meravigliosa che è la ricerca storica. Ma il metodo scientifico c'impone estrema prudenza: anche se tutti i segnali sembrano orientati in una certa direzione, il beneficio del dubbio è d'obbligo, poiché nulla vieta che, nel corso della ricerca nuovi elementi emergano a mutare la direzione di quei segnali.
Wittgenstein diceva che in ogni seria indagine «l'incertezza scende giù, fino alle radici», e che proprio perciò «bisogna essere sempre pronti a imparare qualcosa di completamente nuovo». La direzione delle ipotesi non può in alcun modo costituire un preconcetto nel momento in cui nuove scoperte imponessero un ripensamento.
É bene però distinguere sempre la prudenza dallo scetticismo, l'incertezza metodica da quella sistematica.
Io per esempio non nascondo la mia allegria non appena letta questa notizia, riportata dal Times. Io non so se questa benedetta falange appartenga veramente a Giovanni il Battista, ed è probabile che per molto tempo nessuno lo saprà con certezza. Esistono però altre certezze, che questa storia può confortare.
Per esempio, la mala pianta scettica, che è in tutti noi, e che non è meno irrazionale del fideismo, ci spinge - lo dico anche a titolo personale - a pensare che tutto ciò che ci giunge dal racconto popolare, specie quando questo racconto sia legato alla fede, sia falso in quanto frutto d'invenzione.
I grandi etnografi a partire dal primo Novecento hanno studiato la forma mentale dei popoli antichi, mostrando come le loro credenze e le loro pratiche magiche determinassero anche il loro modo di guardare la realtà che avevano davanti, popolandola di presenze magiche, angeli nell'acquaio, diavoli nel caminetto e così via.
Era l'eredità positivista, che non ci ha mai più lasciato e ci fa persuasi che solo adesso l'uomo ha raggiunto piena consapevolezza di sé e del suo posto nel mondo, mentre in età passata la mente umana era ingolfata da troppe credenze che la rendevano ingenua e fallace, sempre pronta a dare corpo alle ombre. Ci fa persuasi che i nostri antenati, specie se dotati di fede religiosa, fossero strutturalmente incapaci di attestare i fatti.
Bene, questa storia delle reliquie forse - forse - di Giovanni ci dice il contrario. Ci dice innanzitutto che il culto delle reliquie nasceva non da pratiche necrofile ma dal bisogno di testimoniare un fatto reale. E poi ci dice che i racconti giunti fino a noi, per quanto mancanti o mal fatti, non nascono quasi mai da una volontà di mentire (propria forse più della nostra evoluta classe giornalistica) ma, al contrario, dalla necessità di registrare il vero.
L'uomo storico, insomma (ivi incluso l'uomo di fede), è migliore di come lo dipinge il positivismo. Questa è la bella notizia. Possiamo dunque tornare a scavare, disseppellire, spolverare, classificare e mettere i nostri reperti alla prova del Dna e del carbonio 14 senza il timore di sentirci imbecilli solo perché i dati scientifici sembrano (e sottolineo sembrano) confermare anziché negare quello che la fede degli uomini ci ha tramandato.
Commenti
Ritratto di Gianfranco Robert Porelli

Gianfranco Robe...

Sab, 16/06/2012 - 10:55

Per me è molto probalile che si tratti dei resti di colui che gridava sulle solitarie rive del Giordano, lussuosamente vestito di lana di commello e si sostentava con energetico miele e altri piccoli animali. Davvero duemila anni non sono poi così tanti per gli studiosi. Invece i sinistri sessantottini credono di essere, non già nell'a.d. 2012, ma nel 44 dopo Marcuse.