Il marito giusto? Quello che divorzia meglio

Col tempo ci siamo convinte che l'unica cosa che sappiamo evitare ai nostri figli sono le nostre sofferenze. Quelle che ci hanno rese traballanti, insicure, semi-anoressiche, incapaci di scegliere un uomo (assomigliavano tutti a quell'entità gassosa e anaffettiva di papà, anche se si presentavano sotto mentite spoglie). Siccome nostra madre è stata una delle prime illuminate degli anni '70 che hanno rivendicato il diritto di amare, e di divorziare, e di andare per la propria strada in cerca della Felicità e di rettificare i confini, noi siamo state di quelle bimbe ignare che sempre negli anni '70 hanno sperimentato, per prime, senza collaudo generazionale, le valigine del fine settimana.
Sabato e domenica «si va da papà», che poi di solito ci mollava con la nonna o con la zia... Ma comunque si partiva, sapevamo di doverci inventare ogni volta l'infrequentabile dimestichezza di chi si ritrova a tu per tu con un famigliare senza famigliarità, quindi nel beauty case infilavamo ogni oggetto transizionale in grado di darci coraggio: il peluche, il golf della mamma, il profumo della nonna. Mentre aspettavamo il Caronte sentimentale che ci avrebbe traghettato da un «contesto» (in quegli anni erano tutti illuminati e chiamavano così due famiglie incapaci di farne una) all'altro, la mamma e la nonna, nordicissime, apparecchiavano un clima da funerale al Sud, trasformandosi in prefiche inarcate in «ponti isterici», con pianti, fazzoletti, climi plumbei ed ettolitri di sensi di colpa. Tutti facilissimi, i nostri fine settimana. Tanto che oggi, a quarant'anni suonati, non siamo ancora in grado di attendere l'ora di una qualsiasi partenza con i bagagli pronti in casa. Ci inventiamo di scendere e di sistemarci davanti al portone, o di suonare al vicino di casa per fare due chiacchiere durante l'attesa, o di traslocare con tutti i bauli nel bar di fronte pur di non rimanere lì, in casa, con le valigie, con le pareti strette addosso e quell'eco di pianto da prefiche che ci raggiunge da lontano.
Figuriamoci perciò se non la comprendiamo quella manager Usa che qualche giorno fa si è concessa una confessione tanto brutale quanto veritiera. Suonava più o meno così: «Quando incontro un uomo? Mi chiedo se sia quello giusto con cui i mei figli possano trascorrere due fine settimana al mese». Ovvero: l'uomo giusto? È quello da cui sappiamo che divorzieremo bene. Se noi oggi non divorziamo (in realtà manco siamo sposate) è esattamente per questo. Perché temiamo quelle valigiette per la deportazione da fine settimana: quel drammatico «si va da papà». Da papà dove può succedere (può succedere a nostro figlio) che ci si becchi una congestione dopo un bagno in una piscina troppo fredda, che si caschi da una scala perché trascurati, che si venga sottilmente maltrattati dalla nuova (stronza) fidanzata ventenne del nostro cinquantenne genitore, o dal figlio (altrettanto stronzo) di un compagno di golf del babbo, o chissà cos'altro. Insopportabile per noi che dopo quarant'anni abbiamo ancora freschi gli incubi che hanno funestato la nostra infanzia. E la certezza che il nostro «non marito» non sia nemmeno in grado di fare bene l'ex padre. E quindi ha ragione lei, quella lungimirante manager Usa. Certo, diverso è stato per la nostra amica. Lei ha cacciato di casa senza remore il suo complice di procreazione (neanche in quel caso era un marito) perché non aveva subìto valigie da feste comandate, bensì le liti insistenti di due genitori che si erano ostinati per troppo tempo ad essere una coppia. Altri spettri, altri epiloghi. Ma in ogni caso, il marito migliore? È quello da cui si divorzia meglio. Quello che ci lascia intravvedere più ragionevolezza nella gestione del «dopo». Dopo il disarmo. Strano che il verbo divorziare si possa coniugare. Ma visto che è così...