Maso cerca redenzione nel perdono delle sorelle

Se le regole non piacciono bisogna cambiarle, ma finchè esistono, queste bisogna tenere: così, con otto anni di anticipo, Pietro Maso è di nuovo un uomo libero. Il suo debito iniziale di trent'anni, per il massacro a padellate di mamma e papà, termina a 22, grazie all'indulto e alle buone condotte. Per qualcuno è subito indignazione, come nel caso del sindaco di Montecchia, il suo paese: «Gli sconti sono cose da mercato - dice apertamente - non della serietà penale e della giustizia. Si sarà comportato bene, immagino, ma gli automatismi non convincono». Non è convinto lui, non sono convinti in molti: ma questa è la giustizia italiana. Il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, è laconico: «Nessuno può lamentare che non sia stata rispettata la legge. Se però il prossimo Parlamento vorrà fare interventi per rendere la pena più efficace, sarà benvenuto».
Nell'attesa che la politica tenga il passo del sentimento nazionale, in questo come in tutti gli altri rami della morale comune, Pietro Maso non può certo diventare il testimonial dello scandalo: lui, almeno, è entrato ventenne e ne è uscito 42enne, davvero in galera ha speso una vita. Nei tempi più recenti, è bene ricordarlo, l'omicidio volontario costa al massimo 10 anni, tariffa decisamente più vergognosa e insopportabile. Così, per specificare bene.
Detto questo, è comunque inevitabile che Maso debba saldare adesso una serie di conti supplementari. Il primo glielo presenta lo stesso sindaco, dichiarandogli apertamente di non gradirlo come figliol prodigo: «Anche se la Costituzione garantisce di eleggere il proprio domicilio dove si vuole, la comunità non lo accoglierebbe a braccia aperte. Non credo sarebbe facile vivere in un paese di 4.500 persone additato sempre a vista...». Da queste parti non esistono sconti e perdoni, la condanna è a vita.
Il problema tuttavia non si porrà. Pietro Maso cercherà altrove la sua redenzione. Già il primo giorno di libertà vera lo trascorre a Milano, barricato nella casa di sua moglie, viale Regina Giovanna. Nessun incontro con i giornalisti, telecamere mestamente a secco. Un contatto abilmente evitato anche all'uscita dal carcere di Opera, dove viene atteso dalle due sorelle su un Suv bianco e sgomma via in abile dribbling.
Questo è il risvolto più singolare e più profondo dell'intera vicenda: all'uscita dal tunnel, 22 anni dopo, Pietro riparte proprio dalla famiglia che aveva devastato in una notte di delirio. La ritrova mutilata per le sue stesse crudeltà, ma pronta e accogliente. Le due sorelle, che inizialmente avevano accusato duramente il colpo, nel tempo hanno trovato la forza di perdonare e di riavvicinarsi. Gli hanno creduto, hanno voluto ricominciare dal suo pentimento e affidargli una seconda possibilità. É un punto di partenza molto edificante, declinato in tutte le sue possibili implicazioni, compresi i rischi di volgare mercato incombenti sulle loro delicate ricostruzioni. Nessuna parola al momento della liberazione, parole molto ferme qualche ora dopo. Nadia: «Mi spiace, non faccio commenti, dovete lasciarci in pace».
É una famiglia che prova a rimettersi in piedi, sgombrando un po' di macerie. Merita rispetto. Accanto alla moglie, accanto a due sorelle ritrovate, l'uomo Pietro ha l'occasione di riscattare il ragazzo Pietro, per quanto possibile. Non sarà facile, servirà un lungo tempo. Ma l'inizio è serio. Quello che davvero sarebbe squallido e imperdonabile, molto più degli otto anni di sconto indigesti al sindaco, sarebbe ritrovarcelo quanto prima in giro per plastici e isole dei famosi. Gli anni sono passati, ma la sua resta una storia troppo forte per vederla svenduta in un macabro cabaret. Oggi esce il libro, e quello ci sta. Poi, solo passi felpati.