Mediaset termometro della Borsa d'agosto

Il titolo del Biscione reagisce ai primi segnali di recupero della pubblicità, che è il termometro della ripresa

Conversazione con uno dei principali operatori della Borsa italiana, o di quello che ne rimane. Che succede quest'estate? «Basta guardare al titolo Mediaset». Per carità, non sul Giornale. «No, ma questa volta Berlusconi non c'entra». E allora cosa succede? «Semplice. Se vuoi vedere il sentiment, il termometro del mercato, devi seguire le fluttuazioni del titolo del Biscione».

Nelle ultime due settimane ha corso come una lepre, ha fatto segnare un più 30%, e dai minimi di tre mesi fa ha recuperato il 100 per cento. Solo in questa settimana sono usciti una mezza dozzina di report positivi, compreso l'ultimo del Credit Suisse». Bene per i suoi soci, ma con il nostro mercato estivo cosa rileva? «Gli investitori iniziano a credere che ci sia una luce alla fine del tunnel. Chi compra Mediaset, ritiene che la crisi stia per finire. La Borsa in genere anticipa i fenomeni macroeconomici. Mi spiego meglio. Mediaset fa essenzialmente una cosa sola: vende pubblicità. Prima vendeva poco meno di 3 miliardi in Italia. Scendendo a 2, si è bruciato completamente il proprio utile operativo. Se solo il mercato degli spot dovesse riprendere, Mediaset inizia a macinare dividendi.

Come diciamo noi, è un settore con una forte leva operativa. Ma come dicevo la sua fluttuazione è significativa per l'andamento dell'economia in generale. Se gli spot riprendono è perché si prevede una ripresa dei consumi e dunque della ricchezza nazionale. Secondo il report del Credit Suisse nei prossimi due anni la pubblicità crescerà del 4-5 per cento. E tra il 2015 e 2020 toccherà addirittura i picchi del passato». Speriamo, ma sembra un po' ottimistico. «In effetti lo è. E non riguarda solo l'Italia, l'intero settore dei media europeo, bastonato nell'ultimo periodo, ha ripreso vigore. La politica dei tassi zero, confermata dalla Bce, aiuta a pensare a una ripresa dei consumi. Su Mediaset c'è più speculazione e dunque più forti disallineamenti: si calcola che almeno il 5% del flottante sia in mano a hedge funds». Niente gossip sul Cavaliere? «A voler essere davvero maliziosi si può pensare che qualche banca d'affari stia con una mano facendo ritornare un po' di interesse sul titolo e con l'altra stia cercando di forzare il Cavaliere a vendere». Ma non ci sono i chinese wall che dovrebbero separare gli investimenti dalle analisti? «Ma certo. Come no».

Commenti

maurizio@rbbox.de

Dom, 07/07/2013 - 17:21

Hahaha. "Ma certo. Come no".. Bella Porro, gran finale.