Meno province, salve le festività Il governo ci riprova con i tagli

RomaSalve Bergamo e Pavia, condannate tutte le province toscane, con Firenze che si trasforma in città metropolitana. Due esempi di quanto dovrebbe accadere in base ai criteri di popolazione e territorio decisi dal Consiglio dei ministri per il taglio delle province, previsto nella spending review. Sopravvivono le attuali province con più di 350mila abitanti e 2.500 chilometri quadrati di superficie; le altre dovranno essere in qualche maniera accorpate. Non esiste ancora un elenco ufficiale. In base ai dati dell'Istat su popolazione e territorio restano 43 province sulle 107 attuali. Dieci di esse si trasformeranno però in città metropolitane entro il 1º gennaio del 2014.
Il governo ha deciso di allargare un po' le maglie rispetto alla proposta iniziale (350mila abitanti e 3.000 chilometri quadrati di superficie), salvando così Bergamo, Pavia, Vicenza, Modena, Ferrara, Pesaro-Urbino, Chieti, Caserta, Avellino e Lecce. Ma non si può escludere che qualcosa cambi ancora, durante il cammino parlamentare della spending review. La governatrice del Lazio Renata Polverini denuncia infatti che Viterbo «casca» per 30mila residenti, e Latina per soli 49 chilometri quadrati. E ci si aspettano resistenze, in nome dell'autonomia, da parte dei governatori delle regioni a statuto speciale. In Sicilia, sparirebbero Caltanisetta, Enna, Ragusa, Siracusa e Trapani. In Sardegna via tutte tranne Cagliari. In Friuli dovranno essere accorpate Pordenone e Gorizia. Il termine ultimo per il riordino è la fine del 2013, ma il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi assicura che il governo «conta di concludere prima della scadenza».
Nonostante i tempi non brevissimi, già si fanno le prime ipotesi sui possibili accorpamenti. Si parla, ad esempio, di una Grande Romagna, con Cesena, Forlì, Rimini e Ravenna; ma anche di un'area a grande vocazione agroalimentare (Parma, Piacenza, Modena e Reggio Emilia). E di una provincia del Ponente ligure, con Savona e La Spezia. In ogni caso, le «nuove» province accorpate dovranno rispettare i criteri dei 350mila residenti e dei 2.500 chilometri quadrati di superficie. Saranno i Consigli delle autonomie locali a predisporre i progetti di accorpamento, che saranno presentati alle Regioni, e da queste ultime al governo. Impresa non facile, viste le dichiarazioni bellicose di molti presidenti di provincia. Una per tutte, quella di Alessandro Ciriani, presidente della provincia di Pordenone: «Mai sotto Udine, siamo pronti a andare sul ponte del Tagliamento a difendere il nostro territorio». Mentre a Cremona, caduta sotto la scure dei tagli, va avanti il progetto della nuova sede dell'amministrazione provinciale, con una spesa di 24 milioni di euro.
Salta del tutto, invece, il progetto di spostare od accorpare le festività, sia civili che religiose, in modo da dare una spintarella al prodotto interno lordo. Il Consiglio dei ministri ha discusso l'idea sponsorizzata dal sottosegretario alla presidenza Catricalà e dal sottosegretario all'Economia Polillo, ma alla fine ha concluso che i danni sarebbero stati maggiori dei benefici. I motivi ufficiali del «no» alla proposta sono tre. Intanto, la Ragioneria dello Stato sostiene che la misura non dà alcuna garanzia di risparmio o di maggiori entrate. Inoltre, in Europa non esistono norme statali che accorpino le feste; anzi in alcuni Paesi, come Germania, Austria e Spagna, le celebrazione dei Santi patroni viene decisa a livello locale. Infine, si violerebbe l'autonomia contrattuale nel settore privato, col rischio di far aumentare la conflittualità fra lavoratori e datori di lavoro. In questo momento, non sembra proprio il caso.