La Merlin 50 anni dopo: "Noi felici di essere lucciole"

Eleonora, 19 anni: "Faccio l'amore ogni giorno e mi pagano pure, sempre meglio che lavorare in un call center". Francesca: "Ero impiegata in un pastificio e mi è scaduto il contratto. Per questo ora faccio la prostituta"

Clemente Tafuri 

Lo dico subito per evitare di essere frainteso. Niente può giustificare lo sfruttamento. In tutti gli ambienti. Chiunque sia il soggetto sfruttato, qualunque sia la parte sfruttata del soggetto. Punto e accapo. Ecco, l'ho detto e ne sono ovviamente convinto, anche se quando si dice la stessa cosa che dicono tutti sarebbe opportuno maturare più di un sospetto sull'esattezza delle proprie posizioni. Non in questo caso, comunque. E mi dà evidentemente ragione Eleonora.

Eleonora Ha diciannove anni, i capelli ricci, la bocca lucida, i denti bianchi un po' storti e quando sorride le si illumina il viso. Sembra felice delle cose che ha intorno. «Lo faccio da tre anni. All'inizio era quasi un gioco. Pochi euro con i miei amici». E adesso? «Adesso anche mille al mese». Sempre con i tuoi amici? Mi guarda come se fossi appena sceso da un'astronave marziana. «Dovrei farmene uno al giorno, ti pare? No no. Bastano cinque sei al mese, uomini, non ragazzini». Entriamo in un bar e sediamo ad un tavolo. Il cameriere ci guarda con aria strana. Poi prende le ordinazioni e se ne va pensando chissà cosa. «Lo conosci?», chiedo a Eleonora. «Sì», mi risponde sorridendo. Va bene, ho capito... le chiedo che cosa fanno i suoi genitori, e lei mi risponde che lavorano, che la sua famiglia è una famiglia normale, che ha un fratello di dodici anni, che la nonna vive con loro ma è malata e così via. «I miei me li danno i soldi. Ma io ne voglio di più». Per fare cosa? Mi guarda come se fossi sceso dalla stessa astronave di prima e appena posato il piede a terra fossi caduto in un tombino. Intanto il cameriere ci porta da bere. Lei ha preso uno di quei caffè affogati di panna, biscotti e crema. «Ma scusa a te i soldi a che servono? Ti ci compri i vestiti, ti ci paghi il telefono, ci porti in giro la tua ragazza, no?» Sì, più o meno. «Ecco, pure io. Solo che invece di avere un telefono vecchio come il tuo e un vestito che sembra il vestito di mia madre io voglio delle cose nuove. E queste cose costano.Mascusa, tu quanti anni hai? Non mi sembri così vecchio». Ne ho trentatrè. «Infatti, mi pareva», dice sorridendo, «hai la stessa età di Maurizio». Maurizio chi? «Il cameriere». Quindi avevo capite bene. «Sì. Ci vediamo una volta al mese. Prima anche di più, ma ora è sposato. Gliel'ho detto io, ma che ti sposi a fare,malui ha detto di essere innamorato». E tu? Tu non hai un ragazzo? «È presto per fidanzarmi. E poi a me piace quello che faccio e se avessi un ragazzo sarebbe un problema». Ti piace in che senso? «Mi piace nel senso che mi piace fare l'amore». Fare l'amore? «Va bene, chiamalo come ti pare. C'è qualcosa di male? » Direi di no. «Ecco allora siamo d'accordo. E poi scusa, non credi che sia meglio così che fare la centralinista in un call center o la standista o quelle cose lì? Decido io con chi andare. E sono tutte persone carine. Mi trattano bene. E io sto bene con loro. E poi fanno tutto quello che gli dico». Ovvero? «Mica sono obbligata a fare tutto quello che mi chiedono. Loro vengono con me perché stanno bene con me, non solo per il sesso. C'è anche altro, oltre il sesso, sai?» Sì, immagino di sì, Eleonora. «Comunque io in questa cosa non ci vedo niente di male». Ma le tue amiche che dicono? «Che faccio bene. Che altro potrebbero dire?» Pago le consumazioni. Mi stringe la mano. La ringrazio e lei, sorridendo e col viso illuminato, mi ricorda che ho il suo numero di telefono.

Francesca Devo incontrare Francesca, dall'altra parte della città. Arrivo in ritardo ma lei sembra divertita. Ha più o meno la mia età. I capelli neri lisci sulle spalle, truccata, sulle mani delle unghie finte, bianche, di plastica. Ogni cosa che indossa è marchiata da sigle e griffe. La sua totale mancanza di gusto la rende in un certo senso affascinante. Troviamo un bar. Tutti i presenti si voltano a guardarla, uomini, donne e persino un cane che mi si intrufola sotto il cappotto e cerca di arpionarmi una gamba. «Lavoravo in un pastificio e mi è scaduto il contratto. Per questo faccio la puttana». Immagino che sarebbe la frase perfetta con cui iniziare un racconto. «Ma tu lavori per un giornale?» mi chiede. Le dico che devo scrivere un pezzo per i cinquant'anni della legge Merlin. «Per carità. Speriamo che non le riaprano mai le case chiuse». Forse si risolverebbe il problema dello sfruttamento, suggerisco. «Guarda che io non sono sfruttata da nessuno. Faccio il mestiere perché mi va di farlo. E a volte ci provo anche gusto. A te non piacerebbe fare l'amore e essere pure pagato? Dai, prova a dirmi di no. Non lo ammettete, voi uomini, ma è così». Per fortuna il cameriere arriva a prendere le ordinazioni e la sua domanda cade nel vuoto togliendomi da un certo imbarazzo. «Vedi, quelle come me non hanno bisogno di un posto. Hanno bisogno di questo e basta», dice allungando sul tavolo il cellulare. Ma, le dico, con le case chiuse ci sarebbero dei controlli, la contraccezione obbligatoria... I controlli me li faccio da me. Non sono mica come quel cane che lo devi portare dal veterinario perché non se lo mangino le pulci. E sulla questione della contraccezione non diciamo scemate. Lo immagino cosa ne farebbero dei preservativi tutte quelle albanesi e ucraine che per un extra di quindici euro sono disposte a prendersi ogni genere di malattia». Le chiedo dove riceve i suoi clienti. «Vado a casa loro. Io sono sposata e ho un figlio». E tuo marito non sospetta nulla? «No. Almeno credo». E come giustifichi i soldi? «Mio marito non mi ha mai fatto domande. Se vede che mi compro qualcosa pensa che sia grazie al suo lavoro. E devi vedere come è tutto contento». Ma scusa, provo a insistere, è pieno di ragazze sfruttate, maltrattate, violentate. Mica le vedo solo io, no? «Le vedo anche io, ma io vedo anche molte ragazze che arrotondano e non fanno male a nessuno. Anzi. E poi non fa per meun posto dove qualcuno mi dice con chi devo andare a letto». Lasciamoil bar tra gli sguardi allupati di uomini, donne e animali. Jo ha ventisei anni ed è rumena. Si è sposata poco più che adolescente ed è stata lasciata dal marito dopo un anno di matrimonio. Adesso guadagna una media di trecento euro al giorno. Ha avuto una lunga storia con un direttore di banca che le ha prestato trentamila euro per far curare la madre, a Bucarest. Mi chiedo che garanzie le abbia chiesto. È felice. «Mi sento finalmente libera», dice.

Manuela Manuela invece è argentina, ed è arrivata in Italia dopo il crollo dei bond, nel 2001. Ha ventinove anni e dice di essere venuta qui decisa a fare la prostituta. «Cosa dovrei fare, lavare scale? Vacci tu e provaci, e poi sappimi dire se non faresti anche tu quello che faccio io. Anzi, tu lo faresti anche senza provare a lavare scale». Hannotutte qualcosa di diverso, ma dicono cose molto simili. E non importa da quale parte del mondo arrivino. Cercano il denaro, lo vogliono. Lo pretendono, a volte. Un po'come tutti, d'altra parte.