Dopo la messa Nella casa delle 141 bare Dove la lapide è un foglio di carta

nostro inviato all’Aquila

Li hanno messi al riparo sotto una struttura solida come l’acciaio. Qui niente li può disturbare, nemmeno la terra che trema anche adesso rendendo i passi di gomma una danza nel vuoto. Sono centoquarantuno: cento al piano di sotto, gli altri tre metri più su. Hanno passato la notte così, i familiari vicini e i conoscenti uno accanto all’altro in un ordine casuale, provvisorio ma corretto, due file di loculi che sembrano letti, una casa provvisoria dei morti che è del tutto simile a quella dei vivi, nelle tende.
È la prima volta in cui sono soli, a parte quando erano sotto le macerie. Il giorno dopo il funerale non c’è nessuno a pregare su queste tombe. Sono le 9 del mattino, forse chi piange non ha più forza per guardare il legno e il marmo, l’ultimo giaciglio per i morti del terremoto.
Non ci sono fiori quasi per nessuno. Pochissimi mazzi, le corone sono fuori sulla ghiaia. In questa città non si trovano più nemmeno le rose. Non ci sono incisioni, le lapidi sono pezzi di carta attaccati sui loculi, scotch e fogli biadesivi. Le lapidi qui sono come le brande delle tendopoli. Hanno la stessa semplicità e lo stesso odore di colla e cartone.
Il primo passo è un ingresso nel silenzio. Silenzio è anche il titolo di una poesia appesa all’entrata. Non c’è nessuno, solo i morti del terremoto.
Da una finestra aperta si vedono due operai che lavorano nel camposanto. La musica è un cinguettio allegro di primo mattino. C’è molta luce e qualcuno ha appena spazzato il pavimento.
Hanno passato la notte insieme, nei loro letti provvisori dietro i marmi, un bambino di tre anni che si chiama Alessandro e una donna di novantuno di nome Iole. Stesso corridoio, il primo a sinistra, con Noemi che di anni ne aveva trentatré, con vecchi e ragazzi.
Qui dentro avere incisa la data di nascita è un privilegio. Nome e cognome sono spesso tracciati a penna su un foglietto, altrimenti battuti a computer ma attaccati con l’adesivo. Per molti l’unica informazione biografica a parte l'identità è la data di morte: 5 aprile 2009, in altri casi 6 aprile. Era notte, le tre e mezza passate, anche questa è un’interpretazione casuale e in qualche modo corretta. La scossa è arrivata in un punto al centro del sonno, tra un giorno e l’altro che doveva arrivare.
Di suor Concetta di Cicco si sa quindi che è morta il 5 aprile del 2009, lo dice una scritta in pennarello, non quando ha iniziato a vivere. L’ultimo giorno è il numero di tutti, la data unica. La storia che lega le centoquarantuno vite nascoste dietro lapidi di carta.
La fragilità di questi foglietti però non sembra un oltraggio a chi sta oltre il marmo. Sono troppi i morti, troppo velocemente bisognava trovare una sepoltura. Anche chi li piange dorme in letti da campo.
Giuseppina di ottantotto anni e Mario Remo di settanta hanno la lapide di carta. Sono vicinissimi, chissà se si conoscevano, se avevano mai scambiato quattro chiacchiere insieme. Se sono morti per un pilastro che marciva o per la paura nel cuore. Ivana e Evandro hanno lo stesso cognome. Sono una accanto all’altro, potrebbero essere marito e moglie. Lui è del ’13, quindi aveva 96 anni, lei del 1930. Sono andati via insieme, forse, o in momenti diversi ma vicini.
Anche al piano superiore non c’è nessuno. Fuori si vede un cumulo di calcinacci crollati poco distante sei giorni fa. Qualche onda di terremoto passa anche adesso sotto i piedi come una corrente marina. Qui ha passato la notte con altre quaranta persone una bambina di sei mesi e mezzo. Si chiamava Ludovica. Anche lei ha il suo foglietto. Dal suo letto si vede un pezzo di cielo.